Già si aspetta il prossimo anno scolastico per veder fare il loro ingresso, sulla scena della scuola del primo ciclo, le Nuove Indicazioni nazionali. Si attende non senza dubbi, perplessità, scetticismo e critiche, sussurrate o dispiegate a gran voce. Ciò che forse incuriosisce di più gli addetti ai lavori – i pochi fautori e i molti detrattori di questa “riforma” dei programmi – riguarda il ritorno dell’insegnamento della lingua latina nelle scuole medie, improvvidamente abolito nel 1978.
Diciamolo subito: in generale l’atmosfera non è favorevole. È palpabile un sentimento di sfiducia verso questo “ritorno” alle radici della nostra lingua (e non solo nostra). Sono molte le voci contrarie, poca la volontà di dare credito all’iniziativa e aspettarne i risultati, numerose le profezie – o gli auspici – di un fallimento. Il tentativo del Ministero viene spesso considerato, ancor prima di iniziare, destinato all’insuccesso.
Le motivazioni di questa diffidenza non mancano. L’insegnamento del latino sarà avviato, in prima applicazione, a partire dalle classi seconda e terza della scuola media. Sarà una materia facoltativa – e, si dice, curricolare. Probabilmente ci sarà il problema di reperire docenti abilitati all’insegnamento del latino. Inoltre, con una o due ore alla settimana, si farà fatica a raggiungere gli ambiziosi obiettivi proposti dal Ministero, anche se il programma che si dovrebbe svolgere appare piuttosto minimo. Perché, allora, invece del latino, non rafforzare lo studio della storia e dell’italiano?
Probabilmente queste obiezioni sullo studio del latino alle medie – e sulla sua presunta superfluità – contengono elementi di verità. Tuttavia è utile condividere alcune osservazioni. Nelle nuove Indicazioni nazionali per il primo ciclo viene dato ampio spazio, almeno in teoria, alla lingua italiana, con un importante focus sul ritorno dei “fondamentali”. Allo stesso modo anche la storia, insieme alla geografia, dovrebbe assumere un ruolo centrale nell’educazione e nella formazione degli studenti.
Il latino previsto nella scuola media, inoltre, dovrebbe essere diverso da quello delle scuole superiori. L’obiettivo principale sarebbe quello di rafforzare l’educazione linguistica, migliorare la padronanza dell’italiano, far comprendere le radici della lingua italiana e della cultura europea, oltre a promuovere la conoscenza del patrimonio storico, artistico e culturale.
I docenti abilitati, in realtà, ci sono e non rappresentano il problema principale. In ogni caso le scuole, grazie alla loro autonomia, potranno stipulare convenzioni con istituti superiori dove il latino è già insegnato oppure organizzare attività con docenti esperti.
Studiare il latino significa andare alle radici della lingua italiana e del significato delle parole. Il suo studio aiuta a esprimersi meglio e a scrivere correttamente in italiano, perché il latino è una lingua “plastica” che affina e potenzia le capacità linguistiche.
In realtà, l’introduzione del latino nella scuola media è, almeno per ora, una sperimentazione. Vedremo quali saranno i risultati, senza pregiudizi o preconcetti. Potrebbero emergere sorprese positive, oppure la sperimentazione potrebbe richiedere di essere rivista, ridefinita o persino annullata.
Chi scrive, tuttavia, preferirebbe un ritorno “vero” del latino nella scuola media: materia obbligatoria e curricolare a partire dalla prima, con almeno due ore alla settimana e un programma sufficientemente ampio. Sarebbe, in un certo senso, un ritorno al passato per affrontare con maggiore consapevolezza il futuro, prima di quel “triste” 1978. Un’ipotesi tanto suggestiva quanto, probabilmente, impossibile.
A ben guardare, inoltre, la proposta del Ministero non è poi così nuova e forse non cambierà molto rispetto a una realtà già esistente. Molte scuole secondarie di primo grado italiane organizzano infatti, durante il triennio, corsi di latino per gli studenti interessati ad avvicinarsi alla materia, magari in vista di un futuro percorso liceale.
In un mondo sempre più artificiale, virtuale e “metallico”, proiettato febbrilmente in avanti e spesso disposto a privarsi del proprio passato – quella che qualcuno chiama “cancellazione della cultura” – cercare di riprendere in mano i fili della memoria, nel nostro caso il latino e la sua civiltà, può rappresentare una scelta più che valida anche per confrontarsi con il presente.
“L’operaio conosce 100 parole e il padrone 1000”, diceva Don Milani. Nel mondo della comunicazione di oggi, tuttavia, le mille parole necessarie per migliorare la propria condizione non sono soltanto italiane. La colonizzazione linguistica dell’inglese, accettata senza troppa resistenza, sembra imporre la conoscenza di mille parole inglesi per vivere e farsi accettare dalla società. Eppure circa il 60% del vocabolario inglese deriva, direttamente o indirettamente, dal latino.
Chissà che lo studio del latino, se affrontato in modo serio e intelligente, non possa aiutare a far conoscere meglio – agli italiani e non solo – la lingua italiana, nella sua grandezza e nelle sue piccole preziosità. Conoscerla e amarla abbastanza da non volersene mai staccare, accompagnandola nei suoi inevitabili cambiamenti senza snaturarla, conservandone sempre radici ed essenza.
Amarla e custodirla dentro di noi, nella mente e nel cuore. Forse è troppa retorica, o forse soltanto un’illusione. Scusate.