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Ultima chance Pd, minoranza a Renzi: docenti vicino casa, tempo pieno, più risorse

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Per il Partito Democratico è l’ultima occasione: faccia tornare a casa i docenti assunti a mille chilometri, ripristini il tempo pieno e aumenti le risorse per la scuola.

A sferzare il Pd, rivolgendosi al premier Matteo Renzi, dopo avere appreso delle nuove nomine dei capi dipartimento in vista delle elezioni politiche del 2018, non è un partito d’opposizione. E nemmeno un sindacalista. Il monito arriva dall’interno dello stesso Partito Democratico, in particolare da Francesco Boccia, presidente della Commissione Bilancio e tra i fondatori di Fronte Democratico, la corrente del pugliese Emiliano.

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“Matteo Renzi ha l’occasione per dimostrare che davvero è cambiato”, dice Boccia il 23 luglio alla Stampa. Ma la sfida che lancia Boccia a Renzi, che nel pool dei rinnovati capi dipartimento ha individuato anche diversi rappresentanti Pd delle minoranze interne, è “in positivo: serve ascolto per evitare la catastrofe del 2013 quando il Pd fu il solo a pagare il prezzo della manovra di Monti”.

 

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In particolare, ha continuato Boccia, “sulla scuola ci attendono al varco gli insegnanti e bisogna recuperare con loro perché l’anno scorso fummo travolti dalle polemiche: se Renzi avesse ascoltato il suo partito avremmo evitato, nonostante le risorse stanziate, le critiche dei precari stabilizzati mandati a mille chilometri di distanza. A settembre bisogna far rientrare gli insegnanti spediti lontano da casa e investire sul tempo pieno. E poi bisogna puntare su investimenti pubblici: siamo sotto il 2% del Pil e per stimolare la crescita bisogna andare oltre il 3%”.

In generale, il premier Gentiloni, secondo Boccia, “intanto deve approfittare della nuova legge di bilancio per puntare a poche ma rilevanti misure che abbiano forte impatto. Sul lavoro, la decontribuzione sulle nuove assunzioni, che per noi andrebbe resa permanente, va fatta almeno per un triennio”.

Sulla scuola, dunque, al suo interno il Partito Democratico sa bene quali sono le richieste che provengono dal mondo della scuola. E anche il premier Renzi, che può non farle proprie, ma non può certo dire di non conoscerle.

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