La bellezza e la ricchezza del mondo sono anche il risultato delle sue contraddizioni: ci sono paesi in cui non sono pochi i ragazzi che frequentano la scuola con quotidiano ‘dolore’, perché ne farebbero volentieri a meno. Ragazzi che usano ogni espediente per sottrarsi alle lezioni e che a volte, purtroppo, scelgono di abbandonarla prima di avere conseguito un titolo.
Ce ne sono altri, invece, in cui ragazze e ragazzi vorrebbero tanto poterci andare a scuola, per studiare, istruirsi e progettare così un futuro possibile. Ma di scuole lì, attorno a loro, non ce ne sono. O sono talmente lontane dal loro luogo di residenza che frequentarle diventa impossibile.
Ne sa qualcosa un giovane trentenne cremonese, Nicolò Govoni, che in Kenya ha fondato una scuola. La sua storia ce la racconta il quotidiano La Stampa, ed è una di quelle storie che ci fanno riappacificare con noi stessi, con gli altri e con il mondo perché ci conforta il fatto che ancora esistano giovani così di valore e di valori.
Govoni ha creato una scuola rivoluzionaria nel cuore di Mathare, una delle baraccopoli più complesse e popolose dell’Africa, alla periferia di Nairobi. La prima scuola al mondo certificata IB (International Baccalaureate) nata in un contesto così degradato. Un’istruzione di eccellenza che in qualunque altra parte del mondo è privata e riservata a chi se la può permettere, ma che a Mathare è gratuita e aperta a bambini profughi ed emarginati.
Nicolò Govoni – continua La Stampa – , vive e lavora in Kenya da cinque anni: attivista, imprenditore sociale, fondatore di Still I Rise, organizzazione umanitaria nata nel 2018 per portare educazione d’eccellenza ai bambini profughi e vulnerabili nel mondo, il giovane cremonese ha costruito un modello educativo gratuito e d’eccellenza per i bambini più poveri, perché – come dice lui – cambiare il mondo si può. Basta smettere di chiedere il permesso.
Come si costruisce una scuola con certificazione IB nel cuore di una baraccopoli? Come spiega Govoni al quotidiano torinese, non si poteva competere sulle infrastrutture, perché completamente prive – al contrario della altre scuole private – di piscine olimpioniche, campi da tennis, edifici enormi. Non era neanche possibile competere sulla preparazione di partenza, perché nella scuola di Mathare vengono accolti studenti di 9 anni che spesso hanno un livello di prima elementare. L’unica cosa su cui si poteva far leva era la cultura scolastica. Ed è quella che ha convinto gli ispettori a concedere l’accreditamento IB. Ogni persona che lavora a Still I Rise – tiene a sottolineare Govoni – dagli insegnanti ai cuochi, dai bidelli ai guardiani notturni, sa perché è lì. Sappiamo qual è il nostro mandato. Camminiamo tutti nella stessa direzione. I nostri studenti sanno cosa significa cambiare il mondo.
Prima di entrare a far parte dell’équipe, ogni docente deve affrontare, solo il primo anno, 100 ore di formazione. Tutto è codificato: cosa significa disciplina, cosa si intende per progetto individuale, come comportarsi in ogni situazione. Le regole sono create insieme a studenti e insegnanti, riviste ogni anno da un comitato. È un processo partecipativo che fa sentire tutti parte della scuola.
Un’azione caritatevole, quella di Govoni? Assolutamente no – tiene a precisare il giovane imprenditore – quello che noi facciamo non è carità, è un investimento. Noi stiamo replicando qualcosa che già c’è, rendendolo gratuito. È un servizio che esiste, noi gli cambiamo la natura elitaria rendendolo accessibile a bambini molto svantaggiati.
Poiché la trasparenza è uno dei valori su cui si fonda Still I Rise, sul suo sito si legge che ai programmi e alle attività viene destinato oltre il 95% delle donazioni e meno del 5% ai costi di gestione e raccolta fondi.
Ma Nicolò Govoni come andava a scuola? Era uno studente modello? Tutto il contrario! La sua vita, anzi, può diventare uno stimolo e un incoraggiamento per tutti quei ragazzi che si sentono inadeguati perché a scuola non sono riusciti a emergere. Govoni, infatti, è stato bocciato due volte e – racconta La Stampa – era convinto che nella vita non avrebbe combinato nulla di buono.