Molte, e tutte nella stessa direzione, le riforme del lavoro degli ultimi 40 anni. Nello stesso quarantennio, anche la Scuola ha subito interventi di riforma che ne hanno cambiato la sostanza, pur lasciandone integra la forma esteriore. I docenti — specie giovani — farebbero bene a ricordar queste tappe, frutto di precise scelte d’ingegneria sociale. Ripercorriamole insieme.
La Legge 108/1990, pur istituendo l’indennizzo economico per i licenziamenti illegittimi, fissa per le piccole imprese un tetto massimo di sei mensilità. Nello stesso 1990 la L. 146 limita fortemente il diritto di sciopero, obbligando al preavviso e alle prestazioni minime per i “servizi pubblici essenziali” (tra cui la Scuola).
1992: abolita la Scala Mobile. Confindustria e Sindacati maggiori siglano col governo Amato il protocollo triangolare d’intesa: soppressa l’indennità di contingenza; spostato al CCNL l’adeguamento salariale all’inflazione. Risultato: i salari italiani subiscono da allora la maggior perdita di potere d’acquisto in Europa.
Il D.Lgs. 29/1993 privatizza il rapporto di lavoro del Pubblico Impiego, facendo entrare nel PI stesso i docenti della Scuola (ma non quelli dell’Università), sebbene la libertà d’insegnamento garantisca alla funzione docente un’autonomia organizzativa e decisionale non riducibile al rango impiegatizio, né all’obbedienza che l’impiegato deve al dirigente d’un ufficio privato. Il Preside diviene “datore di lavoro”. Un vulnus all’articolo 33 comma 1 della Costituzione. Eliminati gli scatti automatici stipendiali biennali, s’avvia l’impoverimento progressivo dei salari.
Nel 1995 il CCNL riduce gli scatti stessi a “gradoni” sessennali e settennali, mentre la Legge 335 (riforma Dini) trasforma il calcolo delle pensioni da retributivo a contributivo, iniziando la riduzione progressiva delle pensioni stesse.
1997: contraddetta la legge 1369/1960 (che vietava l’intermediazione nei rapporti di lavoro): il “Pacchetto Treu” (leggi 266 e 196, decreti 280 e 468) introduce il lavoro interinale. Meno tutele per i lavoratori vulnerabili, più potere agli intermediari. Torna il caporalato.
Nello stesso anno la L. 59/1997 (riforma Bassanini) inaugura il “federalismo amministrativo”: settori pubblici privatizzati; ministeri e agenzie ridotti. “Autonomia scolastica” (art. 21 della Legge e poi DPR 275/1999): il Preside “datore di lavoro” diventa “Dirigente Scolastico” (ma nelle Università, fuori dal PI, resta Preside elettivo). Nuove norme per la rappresentanza sindacale escludono dai diritti sindacali tutti i Sindacati non “maggiormente” rappresentativi (limitando molto la possibilità di diventarlo).
Il D.Lgs. 165/2001 accentua la privatizzazione del rapporto di lavoro del PI (e dunque della Scuola).
Nel 2003 la L. delega 30 e il D.Lgs. 276 (“riforma Biagi”) rendono più facili i licenziamenti, introducono il co.co.pro. (contratto a progetto) con contributi e tutele ridotti, e abrogano la L. 1369/1960, sdoganando l’appalto di manodopera.
2008: la L. 133 (“riforma” Gelmini) sottrae alla Scuola 8,5 miliardi di euro: strage di cattedre, laboratori, ore di lezione. Stravolto il Liceo Classico (ridotto del 20% il monte ore di italiano nel Ginnasio, del 50% quello di geografia, accorpata alla storia). Nettamente ridimensionati gli altri licei, le elementari e gli istituti tecnici.
Il D.Lgs. 150/2009 introduce nel PI la “valutazione della performance”, alleggerendo il peso del CCNL: il “codice disciplinare Brunetta” moltiplica i poteri discrezionali del DS sui docenti (rendendoli ancor meno inclini a difendere dignità professionale, libertà di pensiero e d’insegnamento).
2015: La L. 183 (Jobs Act) modifica sostanzialmente l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, rendendo più agevole il licenziamento senza giusta causa. La L. 107 (“buona Scuola”) espone ancor più i docenti ad aziendalizzazione e discrezionalità delle decisioni dirigenziali in ogni ambito della vita scolastica (compresa l’erogazione di bonus premiali a piacere del DS).
È un caso se negli ultimi 40 anni in Italia abbiamo assistito a questa serie di (contro)riforme del lavoro? È una coincidenza se l’insieme di queste pseudo-innovazioni ha smantellato il potere contrattuale dei lavoratori, rese più illusorie che sostanziali le tutele, diminuiti gli stipendi? È per pura combinazione che, nello stesso periodo storico, anche la Scuola abbia subito una serie di “riforme” che l’hanno radicalmente trasformata? È per un mero concorso di circostanze che, dopo questi quarant’anni, la Scuola non sia più uguale per tutti, perché definanziata, deficitaria sul piano della sicurezza degli edifici, faticosissima e caotica sia per i docenti che per il personale amministrativo, carente nei risultati didattici, sabotata dalla dispersione scolastica, demotivante per i docenti (pagati sempre meno in termini di potere d’acquisto e sempre meno liberi malgrado la decantata “autonomia”)?
È casualità l’aumento generalizzato dell’ignoranza, constatabile nei sin troppi articoli giornalistici straboccanti di strafalcioni inverecondi (e impensabili anche solo dieci anni fa)? È per decisione del Fato che pochissimi italiani leggano libri e giornali e sempre meno vadano a votare, lasciando margine al malcostume e al voto di scambio? O anche questo — come la generale assenza di principi etici — è conseguenza della generale asineria, frutto a sua volta delle controriforme scolastiche?
Niente è stato casuale, come nessuna scelta politica e nessuna ingegneria sociale lo è. Tutto è avvenuto in nome dell’ideologia neoliberistica, che dagli anni ’80 ha invertito nettamente la rotta rispetto alle conquiste sociali successive alla seconda guerra mondiale. Pertanto l’attuale malessere sociale italiano, non essendo naturale né necessario, può esser combattuto e risolto. Primo passo per liberarsene, è prenderne coscienza. E, come sempre, studiare.