Home I lettori ci scrivono Una riforma partecipata e non calata dall’alto

Una riforma partecipata e non calata dall’alto

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Dopo mesi di consultazione sul progetto di riforma “La Buona Scuola”, dopo un programma serrato di incontri e dibattiti che aveva come intento dichiarato quello di coinvolgere docenti, studenti, genitori, cittadini, in ciò che si diceva avrebbe dovuto essere una riforma partecipata e non calata dall’alto, siamo alla resa dei conti.
Alla vigilia della presentazione dell’annunciato decreto legge che doveva ricalcare, con gli auspicati correttivi, i contenuti delle linee guida diffuse inizialmente (che pure presentavano varie disposizioni ampiamente criticate e solo in parte corrette in corsa, se si esclude la questione dell’abolizione degli scatti di anzianità prospettata inizialmente), non solo ci si è trovati di fronte a un inspiegabile dietrofront e a una improvvisa virata verso l’iter del disegno di legge, ma nei giorni successivi si è avuto modo di leggere il testo di un DdL che poco ha a che vedere con le proposte originarie su cui si era stati chiamati ad esprimersi e che anzi, invece che correggere le storture segnalate, se ne è arricchito di nuove.
In base a quel DdL si vorrebbe realizzare un piano di immissioni che straordinario lo è sì, non tanto nei numeri, quanto nella misura in cui, piuttosto che riconoscere i diritti acquisiti dai suoi potenziali beneficiari, li snatura e, all’occorrenza, è pronto a sopprimerli per semplici ragioni di utilità, affossando in un sol colpo tutta la normativa vigente.
Come si giustifica che le immissioni in ruolo degli aventi diritto debbano essere soggette all’eventuale esaurimento della disponibilità di posti? Si sarà assunti, dice quel DdL, nel limite dei posti disponibili, salvo poi stabilire, qualche articolo dopo, che si procederà a cancellare contestualmente qualsiasi graduatoria utile ai fini dell’immissione in ruolo. Poco importa se dovessero residuarne degli iscritti; poco importa se i diritti non sono soggetti a scadenza né a cancellazione fino a quando non vengono pienamente riconosciuti.
Come si spiega che chi è iscritto in una graduatoria provinciale o regionale debba essere costretto alla mobilità nazionale, pena veder decadere il proprio diritto al ruolo?
E soprattutto, da dove spunta la disposizione, mai prospettata prima, che siano i dirigenti scolastici a scegliere i docenti del proprio istituto, pescandoli da albi in cui ogni diritto acquisito e ogni criterio oggettivo di merito viene annullato, in cui tutti arbitrariamente diventano uguali – il vincitore di concorso come l’iscritto in graduatoria ad esaurimento, il primo in graduatoria per punteggio come il centesimo?
Come si concilia l’idea che i dirigenti conferiscano incarichi triennali ai docenti (incarichi che potrebbero non essere rinnovati) con la necessità di continuità didattica e di vita che, quella sì, farebbe il bene della scuola?
La scuola dell’autonomia è forse quella in cui gli organi collegiali vedono sminuita la loro funzione, quella a struttura piramidale in cui il vertice dirigenziale si limita a sentire il parere dei collegi, senza dover deliberare con loro per premiare, ad esempio, il merito, o a valutare in quasi totale autonomia l’anno di prova di un docente, senza più bisogno che un comitato di valutazione venga chiamato ad esprimere un giudizio plurimo e quindi il più oggettivo possibile?
Quella del preside-manager che riseleziona personale già valutato secondo procedure pubbliche e tramite meccanismi trasparenti e meritocratici (che esistono già e che non serve modificare, se non per ragioni altre) è una proposta irricevibile, in quanto legata a una visione distorta dell’autonomia scolastica e a una concezione aberrante di scuola intesa come azienda.
La categoria dei docenti difficilmente si è dimostrata compatta di fronte ai provvedimenti che nel tempo sono stati pensati per la scuola, limitandosi spesso a perseguire interessi particolari e contingenti. Anni di politiche frammentarie e discontinue, di stratificazioni normative incoerenti, di scelte dettate da logiche utilitaristiche hanno prodotto, come prima triste conseguenza, una divisione marcata all’interno del personale scolastico che, nel tempo, si è andata sempre più accentuando, di pari passo con la fame di lavoro che caratterizza i nostri tempi e che da sempre svilisce, loro malgrado, gli individui.
Mai come inquesto periodo, però, i docenti – dal personale di ruolo a quello precario, ai vincitori di concorso, a chiunque non solo dovesse eventualmente beneficiare delle future immissioni ma anche semplicemente pensare di investire il proprio futuro nell’insegnamento – avvertono la necessità e il desiderio di fare squadra per contrastare alcuni punti di quel DdL considerati irricevibili all’unanimità, e non certo per una immotivata e aprioristica paura del cambiamento, come si sente ogni tanto dire a sproposito.
La scuola statale è un’istituzione pubblica della nostra Repubblica; l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento, recita la nostra Costituzione.
La scuola è, e deve continuare ad essere, luogo della partecipazione democratica, della cooperazione, delle pari opportunità, del riconoscimento del merito.
Queste tesi hanno già visto a sostegno interventi illustri, ma un invito accorato andrebbe rivolto al nostro illustre Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in passato già Ministro dell’Istruzione e giudice costituzionale, e a tutti gli onorevoli parlamentari, affinché si apprestino a dibattere in piena coscienza e con la massima responsabilità temi così importanti.
Se dovesse rendersi necessario, si prenda ferma posizione su decisioni che potrebbero condizionare non solo e non tanto il futuro dei docenti italiani, quanto quello della scuola tutta.
No al preside-manager, no alla cancellazione dei diritti, no al ruolo precarizzato a tempo indeterminato.