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Una scuola capace di futuro

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Si parla in questi giorni della buona scuola. Noi vorremmo una buona scuola, ma la scuola che propone il governo non è una buona scuola. Nelle classi, piccole e poco sicure, sono stipati troppi bambini, troppi ragazzi. Classi così numerose impediscono agli insegnanti di seguire i ragazzi con il tempo che meriterebbero, se in una classe ci sono 28 studenti e non 18, il tempo per ciascuno diventa quasi la metà.

In queste classi i ragazzi che vengono dal mondo molte volte restano indietro, perché la scuola deve portare avanti il programma, dimenticandosi che il vero programma sono le persone che ha davanti, che deve aiutare a imparare e conoscere.

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Una scuola che si dimentica le ragazze e i ragazzi, non è la nostra scuola. Noi crediamo in una scuola che non trasmetta i saperi, ma li costruisca, una scuola nella quale i ragazzi siano i protagonisti della costruzione dei saperi, collaborino coi professori per imparare ciò che loro serve per diventare cittadini, i saperi scientifici, umanistici, critici. La scuola deve rispettare la libertà di insegnamento dei docenti e la libertà di apprendimento degli studenti. Una scuola libera dalla burocrazia, libera dal precariato, libera dia vincoli che impediscono la relazione educativa. Perché senza relazione educativa non c’è scuola.

Dobbiamo rendere la scuola un luogo attivo, partecipe e creativo, capace di esaltare l’intelligenza di tutte e tutti gli studenti, non di mortificarli con voti e interrogazioni. Se a scuola è il professore che ne sa più dello studente, sarà lo studente che deve essere stimolato a porre domande e interrogare il professore e non essere interrogato per ripetere stancamente quello che dice il libro.

Nella scuola il lavoro è precario, la burocrazia aumenta, la visione di un mondo tutto piegato a una monocultura che si richiama ai modelli occidentali prevale. Noi chiediamo intercultura, chiediamo che le culture del mondo entrino nei programmi, che l’arabo, il cinese e il russo vengano studiate come lingue straniere al pari di francese, di tedesco, di spagnolo, che dovrebbero già esserlo, ma lo sono molto poco, perché si crede che si debba studiare solo l’inglese. Chiediamo che la storia debba essere la storia dei popoli, di tutti i popoli della terra. Perché forse l’America non è stata scoperta, visto che era già lì, ma conquistata. Perché nel medioevo Pechino, Bagdad e Costantinopoli erano molto più grandi, ricche e culturalmente vivaci di Roma e di Parigi.

Solo una scuola capace di insegnare la complessità e la bellezza del mondo può essere in grado di costruire il futuro, solo una scuola che educhi al rispetto reciproco, alla conoscenza delle culture e delle religioni può contribuire a edificare una società in cui le ragioni di ciascuna e di ciascuno vengano capite e rispettate.

Chiediamo che la legge italiana venga applicata, la legge stabilisce che nei giorni delle festività religiose non si svolgano esami pubblici. Già si adempie alla legge per le festività cristiane ed ebraiche, occorre che si proceda ugualmente anche per quelle islamiche, visto che quella musulmana è la seconda religione per numero di studenti nella scuola italiana. Gli esami di maturità non si devono tenere durante il Ramadan, basta poco per spostare, almeno le prove scritte, in date non coincidenti con il mese di digiuno.

Noi vogliamo una scuola inclusiva, aperta, partecipata, senza precariato, capace di futuro. Solo se la scuola sarà il luogo in cui i saperi si costruiranno coinvolgendo tutte e tutti, sarà quel luogo straordinario in cui le intelligenze creativamente contribuiranno a realizzare il domani. Noi tutte e tutti, oggi, qui, in questa piazza, siamo un segno tangibile e concreto di questo futuro.