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Università, a Roma un corso sulla “Geografia del Calcio Sostenibile”

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All’Università ‘La Sapienza’ di Roma prende il via sabato 13 marzo un corso sulla “Geografia del Calcio Sostenibile”: inserito all’interno delle “Altre Attività Formative” è rivolto agli studenti universitari del corso di Laurea Triennale in “Geografia” e Laurea Magistrale in “Gestione e valorizzazione del Territorio” (Facoltà di Lettere e Filosofia, Università La Sapienza di Roma), per fornire loro, a fine lezioni, un credito formativo.
Le lezioni prevedono una serie di argomenti che si dividono in due parti. La prima: Introduzione ai paradigmi geo-sportivi (metà Ottocento-oggi); lo sfruttamento del calcio per la propaganda politica dei regimi totalitari a scala nazionale, europea e mondiale; i fenomeni geografici connessi al football, tra cui flussi migratori in uscita e in entrata e l’interazione uomo-territorio. La seconda parte prevede lo studio dei principali concetti di sostenibilità ambientale; esempi di stadi sostenibili; le Olimpiadi di Londra 2012, come è stata riqualificata l’area; il calcio sostenibile tra Brasile 2014, Russia 2018 e Qatar 2022.
Ma cosa significa “fare” geografia del calcio, didatticamente parlando? “Di certo non la collocazione geografica della squadra dell’Atalanta a Bergamo, o della Sampdoria a Genova, e via dicendo”, spiega Andrea Curti, il geografo ideatore del corso. “Ciò appartiene ad una sorpassata metodologia del ‘fare geografico’. Partendo dal presupposto che il calcio è un fenomeno complesso che investe tanti aspetti della nostra vita quotidiana (culturali, sociali, storici, demografici, antropologici, economici), va sottolineato come tali aspetti fanno sì che la Geografia, per la sua fondamentale caratteristica di interdisciplinarità, trovi tutta una serie di agganci scientifici attraverso quei fenomeni geografici strettamente correlati al calcio”.
Quindi studiare “Geografia del calcio” significa approfondire, ricercare tutti i fenomeni geografici connessi al football. Tali fenomeni possono essere ricondotti a: i flussi migratori, in entrata e in uscita, non solo di giocatori, tecnici e “addetti ai lavori” in generale, ma anche con riferimento alle grandi migrazioni di nostri connazionali (da metà dell’Ottocento a prima della Seconda Guerra Mondiale) che hanno finito per incidere sulle nascite di squadre all’estero segnando profondamente l’impronta italiana sul territorio di arrivo (pensiamo, ad esempio, al Sud America, Buenos Aires, Montevideo e San Paolo); l’interazione uomo-territorio, con l’impatto che uno stadio di calcio (massima espressione antropica) ha sull’area di riferimento, non soltanto come impatto ambientale ma anche come socialità, come punto d’incontro di una comunità facente parte di uno specifico territorio che ne registra le conseguenti trasformazioni socio-spaziali (è una delle nuove branche della Geografia, la Geografia Sociale); il cambiamento dell’assetto urbanistico sia della zona interessata sia della città che ospita la struttura sportiva, con la costruzione, tra l’altro, delle nuove reti di comunicazione (autostrade, metropolitane, mezzi di trasporto, ecc.) che avvicinano tale struttura al centro cittadino in un contesto di continuum urbanizzato; la globalizzazione che vede il calcio quale fenomeno a scala globale, tanto che gli Stati membri della FIFA risultano addirittura superiori a quelli dell’ONU (207 contro 191), con un indotto economico rilevante, come testimonia il 3,7% del PIL dell’Unione Europea e l’occupazione per oltre 15 milioni di persone; elementi di geopolitica che vedono il calcio sconvolgere le mappe geografiche, tanto che la Scozia, le Isole Far Oer e l’Irlanda del Nord hanno una propria nazionale pur non essendo nazioni indipendenti, o l’Australia (in Oceania) collocata nei gironi di qualificazione dell’Asia, così come le squadre di club di Israele e Turchia sono ammesse direttamente nelle competizioni europee.