Come sappiamo, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha rilasciato, il 31 luglio, un’intervista a Il Corriere della Sera in cui ha parlato di studenti stranieri e della possibilità di vietare il burqa a scuola.
Nella stessa occasione il ministro ha pronunciato una frase che non è passata inosservata, visto che riguarda un concetto, quello dell’inclusione, tanto caro alla scuola: “Sono per l’integrazione e non per l’inclusione. Integrazione vuol dire inserire la persona in un sistema di regole condivise, che rispecchiano la Costituzione. Inclusione è accettare chiunque a prescindere da come vive”.
Un docente di sostegno, sempre su Il Corriere della Sera, ha deciso di replicare. Ecco uno stralcio della sua lettera:
“Ciò che colpisce maggiormente non è tanto la conclusione a cui giunge il Ministro, quanto il modo in cui affronta un fenomeno estremamente complesso. La sua lettura appare lineare, quasi dicotomica: da una parte l’inclusione, descritta come una semplice accettazione passiva; dall’altra l’integrazione, identificata con l’adesione a un sistema di regole e valori condivisi. È proprio questa semplificazione che lascia perplessi: la realtà sociale, culturale ed educativa difficilmente può essere ridotta a categorie così rigide. Il caso del burqa, ad esempio, non è un fenomeno univoco. Esistono situazioni nelle quali rappresenta una libera scelta religiosa e identitaria; altre nelle quali è il risultato di pressioni familiari, culturali o di vere e proprie forme di coercizione. Trattare tutte queste situazioni come se fossero identiche significa rinunciare a comprendere la storia delle persone e la complessità delle condizioni in cui vivono. Ed è proprio qui che entra in gioco il compito dell’educazione.
L’inclusione, infatti, non consiste nell’accettare qualsiasi comportamento senza alcuna riflessione critica. Significa, prima di tutto, accogliere la persona così com’è, senza pretendere che rinunci preventivamente alla propria identità per poter entrare a far parte della comunità. Solo dopo l’accoglienza può iniziare un autentico percorso educativo, fatto di dialogo, confronto, conoscenza reciproca e sviluppo della consapevolezza. Se, invece, si pretende l’adesione immediata ai modelli culturali della società ospitante come condizione preliminare dell’appartenenza, il rischio è quello di sostituire il processo educativo con un semplice meccanismo di conformazione.
Nel caso specifico del burqa, la questione cambia radicalmente qualora esso sia imposto contro la volontà della donna. In quella situazione il problema non è il velo in sé, ma la limitazione della libertà personale. È su quella coercizione che una società democratica è chiamata a intervenire, promuovendo percorsi di emancipazione, tutela dei diritti e consapevolezza. Diverso è assumere che ogni donna che indossa il burqa sia necessariamente priva di libertà o incapace di autodeterminarsi: una conclusione che rischia di appiattire realtà molto differenti. La scuola, in particolare, dovrebbe essere il luogo in cui questa complessità viene riconosciuta e affrontata. Non può limitarsi a chiedere conformità; il suo compito è accompagnare le persone nella costruzione di una coscienza critica, offrendo gli strumenti per comprendere i diritti, i doveri e i valori costituzionali. Educare significa creare le condizioni affinché una scelta diventi realmente libera, non sostituire una possibile imposizione con un’altra.
Per questo motivo, più che contrapporre inclusione e integrazione, sarebbe opportuno considerarle come momenti di uno stesso percorso. Si include la persona perché possa partecipare alla vita della comunità; attraverso la partecipazione, il dialogo e l’educazione si favorisce un’integrazione autentica, fondata sulla consapevolezza e non sulla semplice obbedienza. È questa, probabilmente, la differenza tra una visione educativa e una visione esclusivamente normativa: la prima si interroga sulle persone e sui processi che permettono loro di diventare libere; la seconda rischia di fermarsi alla sola conformità ai comportamenti attesi.
“Se permettiamo che una ragazza venga a scuola con il burqa, la includiamo accettando principi in contrasto con la Costituzione, come la discriminazione uomo-donna, ma non la integriamo. Accettiamo che sia una non-persona, le impediamo di socializzare. Inclusione è accettare chiunque a prescindere da come vive. Integrazione vuol dire inserire la persona in un sistema di regole condivise, che rispecchiano la Costituzione”, queste le sue parole.
“Presenterò un emendamento al ddl Sicurezza per vietare il burqa a scuola. Prevederemo anche corsi di italiano per i genitori stranieri per evitare che uno studente disimpari a casa quanto appreso in classe”, ha aggiunto.