In questi giorni stiamo arrivando ad una scadenza importante nelle scuole, la valutazione di fine quadrimestre. Ne parliamo con il professore Cristiano Corsini, docente di Pedagogia sperimentale all’Università di Roma Tre, esperto riconosciuto (ma anche contestato) di valutazione scolastica.
Professore, lei da qualche anno è ormai considerato anche un grande divulgatore in materia di valutazione. Ha scritto anche due libri che sono persino entrati in classifica (La valutazione che educa e La fabbrica dei voti). Nei social molti la accusano di essere pregiudizialmente contrario ai voti. Come stanno le cose?
Come sanno tutti coloro che hanno letto con attenzione e in modo onesto i miei saggi, io non ho mai proposto e neppure consigliato l’abolizione del voto. Quando parliamo di voti è chiaro noi facciamo riferimento a un dispositivo che ha precise funzioni rendicontative e classificatorie.
E’ assolutamente normale che l’amministrazione scolastica pretenda che al termine di un percorso formativo ci sia una restituzione incentrata sul voto.
Ma la norma è altrettanto chiara anche in un altro senso: in itinere il voto non è assolutamente obbligatorio. La valutazione, secondo la normativa, deve essere trasparente, descrittiva, deve servire a migliorare l’apprendimento, e deve servire anche a sostenere processi autovalutativi.
Spesso nei social qualcuno se la prende con lei perché lei nega il fatto che il voto possa servire a motivare l’apprendimento. Cosa ha da dire in proposito?
La questione è semplice: se si studia per evitare brutti voti o per ottenere un buon voto, si ostacola lo sviluppo di una motivazione intrinseca nei processi di apprendimento; questo processo tende a negare il valore delle discipline, delle conoscenze che si apprendono e delle competenze che si sviluppano.
Se io docente abituo gli studenti a studiare la matematica, l’italiano o l’inglese per evitare il brutto voto è ovvio che lavoro su una motivazione estrinseca. Questo meccanismo non l’ho inventato io, ma è riconosciuto da decenni di studi, di ricerche e di prassi.
E qual è la conseguenza ?
Nell’ambito della psicologia dell’apprendimento è noto da tempo cosa accade quando si abbandona il terreno della motivazione intrinseca: si perde il piacere di imparare ma anche quello di insegnare. Anche l’insegnamento diventa una attività penosa.
Tutto giusto, ma alla fine l’importante – come usa dire – è che il gatto acchiappi i topi, e quindi se lo studente impara, dove sta il problema?
Possiamo esaminare la questione anche da un altro punto di vista: se badiamo al risultato, possiamo anche accettare che lo studente si applichi per ottenere un buon voto; cioè se questo servisse in qualche modo a far imparare, potrebbe anche andare bene.
Il fatto è che le cose spesso non vanno così perché questo tipo di apprendimento (lo dicono le ricerche, non è una mia opinione) è molto labile e si perde in poco tempo: con queste premesse, dopo l’interrogazione o l’esame lo studente ricorda poco o nulla.
In questi giorni i docenti iniziano gli scrutini. Vogliamo provare a dare loro qualche suggerimento?
Il primo suggerimento è di abbandonare una volta per tutte l’idea che per dare il voto di fine trimestre o quadrimestre sia necessario disporre di un “congruo numero” di voti intermedi: questo non è previsto da nessuna norma e non può essere imposto all’insegnante.
In secondo luogo, direi di evitare di calcolare il voto usando la media aritmetica: questo è un errore grossolano, perché le scale dei voti sono di natura ordinale e quindi non posso essere usate per calcolare la media.
Le faccio una domanda un po’ cattiva. Se lei si trovasse in un consiglio di classe mentre si discute del voto da assegnare a uno studente e si fosse indecisi se dargli un 5 o un 6 oppure un 8 anziché un 7, lei cosa farebbe?
Farebbe la parte del professore buonista oppure di quello severo?
Secondo me ragionare sul 5 o su 6 è un modo astratto di porre la questione. Cerchiamo di capire il problema: che significa 5? che significa 6? Quali attività ho documentato per affermare che sia meglio un 5 o 6?
Nel concreto, lei quando fa gli esami è buonista o severo?
Per la verità se mi trovo in una situazione di incertezza cerco di risolvere il problema facendo qualche ulteriore domanda; cerco sempre di assegnare il voto nel modo più descrittivo possibile.Questo significa aver chiarito fin dall’inizio che cosa io mi aspetto che sia in grado di fare uno studente a cui assegno 18, 24 o 30.
Negli ultimi anni mi sembra che sulla valutazione scolastica si sia concentrata una discreta produzione editoriale. E’ così?
Sì direi di sì, e questo mi fa sperare che stia anche aumentando l’interesse e l’attenzione nei confronti della qualità dei processi formativi.
Mi pare di capire che c’è anche molto interesse verso le attività formative proposte dal suo Istituto universitario proprio in fatto di valutazione.
Sì, in queste settimane stiamo chiudendo le iscrizioni a due master sulla valutazione; uno di primo livello sulla valutazione educativa e formativa e uno di secondo livello sulla valutazione descrittiva. I posti disponibili sono stati coperti quasi tutti, ma c’è ancora qualche possibilità di iscriversi. La risposta che abbiamo avuto dimostra che questo è un tema “gettonato”, di cui i docenti hanno assolutamente bisogno.