Vorrei chiarire i motivi per cui, a mio avviso, nella Scuola di II Grado l’uso dello smartphone per motivi didattici può rivelarsi molto utile ed efficace. Occorre innanzitutto distinguere fra uso e abuso del telefonino.
La storia ci insegna che la diffusione di nuove tecniche di comunicazione ha sempre generato paure e catastrofismi. È accaduto ai tempi di Socrate (2500 anni fa) con la invenzione della scrittura: le sue critiche erano sorprendentemente analoghe a quelle che noi oggi facciamo al digitale! Egli, infatti, temeva che la scrittura avrebbe danneggiato la memoria in quanto avrebbe reso i giovani dipendenti da segni esterni alla nostra mente e avrebbe portato alla mancanza di dialogo. Socrate temeva anche che la scrittura avrebbe comportato la diffusione di incomprensioni (oggi le chiamiamo bufale!), qualora un testo scritto fosse finito nelle mani di qualcuno non sufficientemente istruito.
Per questo ritengo che un divieto a prescindere, oggi, odori di anacronismo. Esso contraddice la vigente legislazione sull’Autonomia Scolastica, secondo cui tocca a noi insegnanti, nelle nostre scuole, regolamentare l’uso degli strumenti senza bisogno di divieti calati dall’alto.
Non posso poi non notare il paradosso nella Circolare Ministeriale (n.3392/2025) che ci chiede di “educare all’uso responsabile e consapevole dello smartphone” vietandone contemporaneamente l’uso!
Ora, mi chiedo: sarebbe possibile insegnare cucina agli alunni di un Istituto Alberghiero vietandogli nel contempo l’uso dei fornelli o dei coltelli?
Questa proibizione stride altresì con il Piano Nazionale per la Scuola Digitale (PNSD) che, quasi dieci anni fa, ha sancito la pratica del B.Y.O.D. (Bring Your Own Device).
Il divieto rischia inoltre di compromettere la fattibilità delle attività didattiche di tutti quegli insegnanti che, come me, lavorano ormai da anni con l’interattività. In classe, attraverso la strategia del controllo prossimale, uso i telefoni per lezioni personalizzate, facendo scrivere sul quaderno gli esiti delle ricerche sul web e verificando la comprensione con brevi colloqui, cercando così di armonizzare digitale e analogico.
Ma davvero pensiamo che una proibizione possa ridarci un senso di efficacia educativa? Cosa dovrò fare se riterrò opportuno far leggere un brano non presente nel libro di testo ma reperibile online? Dovrò stampare centinaia di fotocopie invece di inviare un PDF sul gruppo Whatsapp della classe?
E poi, le scuole avranno effettivamente, entro settembre, in dotazione un tablet per ogni alunno? Il divieto rischia insomma di vanificare un decennio di buone pratiche, soprattutto considerando i problemi cronici di Wi-Fi che molte scuole hanno.
Come sostiene lo psicologo Matteo Lancini, invece di proibire indiscriminatamente, dovremmo dare agli studenti l’opportunità di sperimentare con noi professori i motori di ricerca e l’Intelligenza Artificiale, per imparare a fare le domande giuste e a non subire passivamente le attività delle macchine.
Vincenzo Rocco Lacava