Gli anni di piombo sono stati una parentesi di sangue nella storia della Repubblica, e bisogna lavorare perché non si ripetano, partendo dalle scuole e dalle nuove generazioni. È il messaggio che Giuseppe Culicchia ha affidato alla sua ultima opera, Uccidere un fascista. Sergio Ramelli, una vita spezzata dall’odio, edito da Mondadori. Lo scrittore piemontese – presidente del Circolo dei Lettori di Torino – è l’ospite della nuova puntata di Logos. Storie e parole del mondo della scuola. Nel corso dell’intervista, Culicchia ha raccontato il giro di presentazioni che sta svolgendo nelle scuole di tutta Italia – compresa Catania – per raccontare ai ragazzi una storia “dolorosa ma necessaria”. Quella di Sergio Ramelli, appunto, militante di destra ucciso nel 1975 da estremisti di sinistra, ad appena 18 anni.
Una militanza, quella di Sergio, assai recente e del tutto pacifica. Il clima dei anni di piombo, però, è così avvelenato da costargli la vita. “L’interesse che i ragazzi di oggi hanno per la politica non è paragonabile a quello che avevano i loro coetanei di cinquant’anni fa”, precisa Culicchia. “Nonostante ciò, nei miei giri nelle scuole sto incontrando grande attenzione e interesse. Gli studenti capiscono che Sergio era un ragazzo come loro, e che fu ucciso soltanto per aver scritto un tema”. Lo scrittore inquadra il clima della violenza politica negli anni di piombo. “Tutto cominciò con la strage di piazza Fontana, il 12 dicembre 1969. Da lì in avanti fu uno dei periodi più difficili nella storia italiana, con oltre 400 morti e migliaia di feriti. Dobbiamo lottare perché queste tragedie non accadano più, da una parte e dall’altra”.
Lo scrittore sa bene di cosa parla. “La mia storia familiare è legata a quella di Walter Alasia, che era mio cugino, e che dopo la militanza in Lotta Continua scelse di entrare nelle Brigate Rosse”, prosegue lo scrittore. “Nel 1976, durante un blitz della polizia, uccise due agenti, il maresciallo Sergio Bazzega e il vicequestore Vittorio Padovani, e restò a sua volta ucciso. Io avevo solo 11 anni. Ho iniziato a scrivere proprio per raccontare la sua storia, anche se ci messo più di quarant’anni”. Il risultato per niente assolutorio, precisa l’autore, che ha dedicato un libro anche alla madre di Walter, Ada Tibaldi, morta di crepacuore otto anni dopo l’uccisione del figlio. “Quello che fece Walter non può essere perdonato, perché lui ha lasciato vedove e orfani. Ma la sua storia andava raccontata, ed è ciò che ho cercato di fare”.