Il Corriere della Sera pubblica oggi una sintesi delle ricerche ed elaborazioni svolte dalla Fondazione Agnelli (direttore Andrea Gavosto, ricercatrice Barbara Romano) sui dati Istat e sulle sue previsioni demografiche. La ricerca, in estrema sintesi, stima che entro il 2040 (quindi solo fa 13/14 anni) ci saranno quasi 2 milioni di studenti in meno (-21% circa), con differenze significative tra territori e gradi scolastici.
Il calo sarà molto più forte nelle regioni del sud (Sardegna – 40% rispetto ad oggi, Basilicata e Puglia – 30%, media sud e isole -27%) che nelle regioni del nord dove il calo sarà di circa il 15-17%. E ancora: sarà molto più forte, sino al limite della desertificazione scolastica, nelle aree interne e appenniniche (anche nel centro nord come nelle valli piemontesi, liguri o nei borghi appennini emiliani). Va ricordato che mentre il calo degli studenti è una previsione demografica difficilmente smentibile, la riduzione di classi e docenti dipende anche dalle scelte di politica scolastica. Mantenendo le attuali regole e normative, cioè a scenario organizzativo invariato, ci saranno, secondo la Fondazione Agnelli, circa 95 mila classi e 166 mila docenti in meno. Quasi uno su quattro in meno (a livello nazionale – 23,1% sia per le classi che per i docenti).
La chiusura delle piccole scuole e una maggiore difficoltà nel garantire il servizio nelle aree interne, soprattutto al Sud e nelle Isole, sarà una delle conseguenze più immediate e visibili.
Ma sarà l’intero sistema a dover riorganizzarsi visto che il calo, già perfettamente visibile oggi alle scuole del primo ciclo, toccherà ogni anno di più anche le scuole secondarie di II grado.
Del resto nel 2025, secondo i dati Istat, sono nati, in Italia, 355 mila bambini, il dato più basso mai registrato in Italia. E sono questi i neonati che nell’anno scolastico 2039/40 inizieranno ad frequentare il primo anno di scuola superiore. Giusto per fare un confronto: gli studenti che hanno iniziato a settembre 2026 a frequentare la prima superiore sono nati nel 2012. E i nati nel 2012 erano, dati Istat, 534.186 (vedi la serie storica Istat). A scanso di equivoci si ricorda qui che il numero dei nati comprende anche i nati figli di “stranieri” residenti in Italia e che nessuna previsione da qui al 2040 ipotizza, a regole invariate, un aumento della popolazione di stranieri (e di bambini stranieri). Del resto una seria politica migratoria in Italia non esiste ed anzi gli stranieri sono additati come problema piuttosto che come risorsa.
Le proposte di intervento della Fondazione Agnelli e del suo presidente Gavosto sono note e possono riassumersi in tre possibili percorsi: reinvestire i risparmi (stimati in 6 miliardi da qui al 2040) negli asili nido e nell’università; ridurre il numero di studenti per classe, almeno nelle aree più complesse e difficili; aumentare il tempo scuola alle medie.
Sullo sfondo rimane, è ovvio, il rischio di un taglio lineare al numero dei docenti, attuato mediante il semplice blocco del turnover degli insegnanti.
Negli anni la Fondazione Agnelli ha anche proposto la rimodulazione degli organici (mediante la costituzione dell’ “Organico Mobile”). Cioè, invece di tagliare le cattedre rimaste vuote, la Fondazione propone di mantenere invariato il numero totale dei docenti, trasformando l’eccedenza in organico funzionale e flessibile, potenziando le attività di recupero e la didattica personalizzata nei contesti fragili e, ovviamente, riducendo il numero degli alunni nelle classi
Cosa che, ovviamente, si può fare se ci sono alunni: ma dove alunni non ci sono e non ci saranno anche questa proposta non può che risultare velleitaria.
E così, la Fondazione ha proposto negli anni scorsi la costituzione di Poli Scolastici Territoriali e “Reti di Scuole” per salvare i piccoli plessi delle aree interne, senza isolarli ma aggregandole in reti coordinate con governance condivisa tra comuni limitrofi e garantendo continuità didattica anche in strutture con pochissimi alunni.
Da ultimo la Fondazione ha proposto di utilizzare parte degli spazi e del personale della scuola primaria in esubero per potenziare la rete dei nidi e delle scuole dell’infanzia, un settore dove l’Italia è ancora sotto i target europei.