Si allunga la striscia di casi di alunni trovati a scuola con armi improprie. Durante l’anno scolastico hanno fatto clamore i tragici fatti accaduti, con studenti protagonisti, accaduti nel corso dell’anno prima a Latina e poi a La Spezia. Stavolta le cronache riguardano un 16enne residente a Monzambano, vicino Mantova, che il 3 febbraio è stato trovato alla fermata del bus per andare a scuola in possesso di un pugnale, un tirapugni e uno scalpello. Il ragazzo è stato subito denunciato dai carabinieri alla Procura della Repubblica presso il tribunale per i minorenni di Brescia per il reato di porto abusivo d’armi.
“Nei pressi della pensilina – scrive l’Ansa – c’era una pattuglia dei carabinieri e il ragazzo, appena ha visto i militari, ha incominciato ad innervosirsi. L’atteggiamento non è sfuggito ai carabinieri che hanno proceduto ad un controllo. Si sono fatti consegnare lo zaino e all’interno hanno trovato un tirapugni, un pugnale con la lama lunga 13 centimetri e uno scalpello della lunghezza di 14 centimetri”.
Non è chiaro se il ragazzo, che non ha voluto fornire spiegazioni, avesse in programma qualche azione punitiva nei confronti di compagni di classe o se stesse trasportando gli oggetti per conto di altri.
Intanto, in Francia è stato ascoltato lo studente di 14 anni che, sempre il 3 febbraio, ha accoltellato una sua professoressa a Sanary-sur-Mer, in piena Costa Azzurra: il giovane – che frequenta il quarto anno della scuola media, equivalente al primo liceo italiano, e ora in stato di fermo – ha giustificato il gravissimo gesto con “l’odio maturato” per la professoressa, che ha 60 anni ed è ricoverata in gravi condizioni dopo essere stata operata d’urgenza: il ragazzo non aveva tollerato i tanti rimproveri, a suo parere ingiusti, che la docente gli aveva comminato, non solo verbalmente, ma anche registrandoli, nero su bianco, sull’applicazione on line “pronote“, visibile ai familiari, agli altri docenti e al dirigente scolastico.
Il giovane ha detto di avere preso un coltello nella cucina di casa la mattina stessa del gesto, con la precisa intenzione di accoltellare la prof, aggiungendo che sentiva di doverlo fare perché provava “troppo odio”: subito dopo, ha detto di essere molto dispiaciuto per il suo gesto e di aver pianto a lungo.
In assenza di dati certi o statistiche periodiche, l’impressione è che quella di portare coltelli o armi improprie a scuola sia diventata una modalità giovanile per “regolare i conti” con qualcuno: qualche giorno fa, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, i giudici italiani hanno spiegato che stiamo assistendo ud un’impennata di violenza minorile e giovanile, tanto da collocare l’emergenza nel “Guinness dei primati“.
Senza avere alcuna ambizione di realizzare resoconti da psicologo, è un dato di fatto che quasi sempre i protagonisti di questi episodi, che si verificano in Italia ma anche oltre confine, sono dei ragazzi che non riescono a gestire la rabbia repressa e l’odio verso la futura vittima.
In Italia, la risposta è stata quella di collocare dei metal detector, con cadenza periodica, appena fuori le scuole più a rischio (probabilmente gestiti da agenti di polizia), frequentate da studenti potenzialmente inclini a regolare i conti con la violenza. Sul fronte della prevenzione è probabile che i maggiori controlli disincentivino, almeno in alcuni casi, le iniziative di portare a scuola armi da vario genere.
Nessuna possibilità, invece, che i metal detector possano risolvere il problema della gestione della crescente rabbia giovanile: il problema, su questo fronte, è molto complesso e necessita del coinvolgimento di più istituzioni, dagli enti locali al terzo settore, con la scuola che avrebbe sempre e comunque un ruolo di primo piano.