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Aggiornato il 26.01.2026
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A scuola di democrazia: la grande lezione dell’attivismo pedagogico e l’esperienza di Scuola Città di Casalmaggiore (CR) [INTERVISTA]

Negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, in una cittadina di provincia come Casalmaggiore, prende forma un’esperienza scolastica sorprendentemente moderna: una scuola laica, democratica, fondata sull’autogoverno dei bambini, sul lavoro manuale intrecciato allo studio e su una visione dell’educazione come pratica di libertà. A ricostruirne la storia è Massimo Bondioli, ex maestro elementare e studioso di storia dell’educazione, autore del volume Scuola città di Casalmaggiore. Storia di un esperimento didattico, edito dalla Biblioteca civica di Casalmaggiore, con un saggio introduttivo del professore Matteo Morandi, docente di pedagogia all’Università di Pavia.

Maestro Bondioli, che cos’era “Scuola città” a Casalmaggiore e perché ha deciso di studiarla?

Mi sono imbattuto in questa esperienza mentre lavoravo alla ricerca su Mario Lodi. Inizialmente sembrava una vicenda minore, una “piccola storia”, ma approfondendo ho capito che si trattava di un esperimento didattico di straordinaria rilevanza. Scuola città di Casalmaggiore è stata attiva dal 1947-48 al 1955-56 e rappresenta una delle esperienze più avanzate della scuola attiva nel dopoguerra italiano, pur essendo rimasta quasi sconosciuta. Va ricordato che fu tra le poche realtà italiane ad aderire alla Fédération internationale des communautés d’enfants (FICE) fondata nel 1948 in Svizzera ad opera dell’Unesco.

Perché proprio Casalmaggiore, un piccolo centro di provincia, diventa teatro di un’esperienza così innovativa?

Nel libro avanzo un’ipotesi: questa zona, tra le province di Cremona e Mantova, ha una lunga tradizione educativa. Qui sono nati o hanno operato figure fondamentali come Roberto Ardigò, le sorelle Agazzi, Pietro Pasquali, Ferrante Aporti, fino a Mario Lodi e don Primo Mazzolari. Non credo sia un caso. La Lombardia, sotto la dominazione asburgica, era all’avanguardia nella scolarizzazione primaria, e questo ha lasciato un’eredità profonda. A ciò si aggiunga il forte radicamento del riformismo socialista e del movimento popolare, che vedevano nell’istruzione uno strumento di emancipazione.

Quale rapporto c’era con la celebre Scuola città Pestalozzi di Firenze?

Il legame è diretto e profondo. L’ideatore dell’esperienza di Casalmaggiore, Umberto Aroldi, aveva studiato pedagogia a Firenze con Ernesto Codignola. Già dal 1937 intratteneva una corrispondenza con lui. Dopo la guerra, Aroldi e sua moglie Teresa Bertolazzi, futura direttrice della scuola, decisero di dare vita a Casalmaggiore a un’esperienza simile, ispirata esplicitamente alla Scuola città Pestalozzi. Nel mio libro pubblico anche il carteggio tra Bertolazzi e Codignola, che testimonia un confronto continuo.

Quali erano le caratteristiche principali di questa scuola?


Era una scuola laica, democratica, antifascista, fortemente osteggiata dal mondo cattolico e clericale. Coinvolgeva le cinque classi miste della scuola elementare, perché uno dei principi fondanti era la coeducazione tra maschi e femmine, scelta tutt’altro che scontata all’epoca. Ma soprattutto era una scuola governata dai bambini: gli alunni eleggevano un sindaco, una giunta, un tribunale. La democrazia non veniva spiegata, veniva vissuta quotidianamente.

Che ruolo avevano il lavoro manuale e le attività pratiche?

Un ruolo centrale. Nella scuola attiva il lavoro non era separato dallo studio, ma intrecciato ad esso. Nei laboratori di falegnameria i bambini costruivano arredi per la scuola; nell’orto producevano cibo per la mensa o da vendere per autofinanziare l’istituto. Questo dava un senso concreto alle attività e una forte motivazione. Nulla a che vedere con i “lavoretti” fini a se stessi che si affermeranno dopo il 1955.

Scuola città era anche una risposta ai bisogni sociali del dopoguerra?

Assolutamente sì. Casalmaggiore era stata bombardata, la disoccupazione era altissima. La scuola introdusse la mensa, il tempo pieno, l’educazione musicale, l’insegnamento della lingua francese, le gite in diverse città italiane. La scuola si dotò inoltre di un ambulatorio di prim’ordine con un medico e un’assistente che garantivano agli alunni una sorveglianza sanitaria quotidiana. Fu pensata come un percorso educativo completo, dalla scuola materna fino all’ottava classe, anticipando di decenni molte innovazioni.

Chi furono le figure chiave di questa esperienza?

Furono soprattutto maestre laiche e antifasciste, donne colte, straordinarie e dimenticate: Maria Grasso Denti, Teresa Bertolazzi, Regina Ramponi. Quest’ultima fu anche partigiana, arrestata e torturata; dopo la guerra fu femminista, attivista politica e amministratrice pubblica. Donne che hanno dedicato la vita a un’idea di scuola democratica e che meritano di essere ricordate accanto ai grandi nomi della pedagogia italiana.

Qual è, oggi, l’eredità di Scuola città di Casalmaggiore?

Studiare queste esperienze non significa indulgere nella nostalgia, ma interrogare il presente. Ci mostrano che un’altra scuola è stata possibile, anche in contesti difficili, e che molte delle questioni che oggi consideriamo “nuove” – partecipazione, inclusione, educazione democratica – hanno radici profonde. Recuperare questa memoria può aiutarci a capire dove stiamo andando e, forse, a immaginare una direzione diversa.

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