Solitamente distratta quando si parla di Scuola, l’opinione pubblica di questo strano Paese viene ciclicamente rassicurata dalla classe politica e dirigenziale circa la “formazione” dei docenti. Quasi si suggerisse all’italiano medio, facendogli l’occhiolino, «Non preoccuparti, agli insegnanti penseremo noi: li rimetteremo a studiare come si deve»?
La legge 107/2015 (la renziana “Buona Scuola”) annunziò per i docenti corsi di formazione “obbligatori”, che raccolsero malumori e incertezze. L’intenzione dichiarata era migliorar la “qualità” dell’insegnamento e innovarlo, ma molti docenti videro tali corsi come un appesantimento inutile, divergente dalle proprie necessità e inefficace nelle modalità di svolgimento. Fu un sostanziale fallimento, anche perché ai docenti non possono essere imposte incombenze non previste nel dettaglio dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro o non deliberate dal Collegio dei Docenti. Parlare d’obbligo di studio è inoltre offensivo per professionisti che hanno fatto dello studio la propria ragione di vita.
Nessun contenuto di studio o aggiornamento, peraltro, può essere imposto a un docente in Italia. La nostra Costituzione, all’articolo 33, implicitamente vieta d’imporre dall’alto una pedagogia ufficiale, che avrebbe un chiaro sapore di regime. Al contrario, sono i docenti a sceglier modalità e contenuti della formazione, in relazione alle necessità personali e al contesto di lavoro: il Collegio dei Docenti infatti, è chiamato, non a caso, a progettare i percorsi d’aggiornamento, lasciando comunque libere le coscienze individuali dei singoli professionisti dell’istruzione. L’attività intellettuale del singolo docente non deve vedersi sottrarre tempo ed energie da corsi decisi da altri. Né si può costringere il docente a pagare per aggiornamento e formazione; entrambi, anzi, vanno retribuiti e/o effettuati in orario di servizio.
Il termine stesso di “formazione” sarebbe appropriato per tirocinanti alle prese con un percorso di praticantato, non per docenti assunti tramite concorso pubblico. Le loro capacità, dopo lauree (spesso multiple, quando non corroborate da dottorati) e abilitazioni varie, non devono e non possono di diritto più esser messe in discussione da chicchessia.
L’aggiornamento (ché di questo si tratta, semmai), miri all’utilità di Scuola e docenti; non promuova il piegarsi dei docenti a logiche esterne al mondo della Scuola, né a interessi economici, politici o di altra natura; favorisca invece osservazioni critiche e partecipazione dei docenti, piuttosto che logiche burocratiche (miranti a standardizzare insegnamenti e obiettivi); sia calato nella realtà della Scuola (in senso generale e locale).
Contrariamente a quanto l’italiano medio — disinformato e sobillato da 40 anni di propaganda — cogita e rimugina, la maggior parte dei docenti è competente ed esperta a tal punto da poter scegliere da sola gli argomenti di studio e aggiornamento. Tale bagaglio culturale va valorizzato, non ignorato o deprezzato. La collaborazione fra i docenti sia pertanto favorita, non ostacolata né scavalcata; così pure lo scambio di buone pratiche già sperimentate con successo dai singoli insegnanti.
Se i docenti tornassero a credere in sé, prima di dar credito a chi si presenta loro come “formatore” (talora non avendo più messo piede in una scuola dal giorno del proprio esame di maturità); se tornassero a parlarsi e ad aiutarsi vicendevolmente, tutta la comunità educante ne trarrebbe beneficio.
Si vogliono docenti aggiornati, sia nelle proprie materie d’insegnamento sia nella didattica? Si riduca il loro carico di lavoro, sfrondandone le some burocratiche non afferenti alla funzione docente: l’animale da soma è il somaro, non l’insegnante. Chi insegna ha bisogno di ritrovare intatte ogni giorno tutte le proprie energie, per poterne dedicar parte consistente all’aggiornamento professionale. Si riduca dunque il numero di alunni per classe a non più di 20; si elimino i carichi impropri; si abbia fiducia nei docenti.
Utile, equo, efficace: così l’aggiornamento è autentico e non illusorio, tale da migliorare la vita di chi studia e di chi insegna, nonché la qualità della Scuola tutta. Un aggiornamento non calato dall’alto, non concentrato su aspetti formali da opuscolo pubblicitario, che rispetti il ruolo dei docenti e lo valorizzi. Il docente degno di questo nome può benissimo aggiornarsi da sé, studiando autonomamente gli argomenti che lo interessano.
I corsi di aggiornamento abbiano a che fare coi bisogni peculiari della didattica; siano inoltre di elevata qualità. Si riconosca e valorizzi la serietà degli insegnanti nella formazione, anche attraverso promozione economica e carriera.
La forma più efficace di aggiornamento del lavoro docente sarebbe l’istituzione dell’anno sabbatico retribuito, inteso come anno di studio e riflessione. Nell’anno sabbatico, da tenersi almeno ogni dodici o tredici anni di insegnamento in classe, potrebbero concentrarsi tutte le attività di aggiornamento e “formazione”, che invece, inserite negli anni scolastici di insegnamento, gravano sugli impegni didattici ordinari, togliendo al docente energie e tempo preziosi.
Altrove l’anno sabbatico esiste: ad esempio negli Stati Uniti, in Finlandia, in Germania e in Australia. In Italia è purtroppo ancora fantascienza, come tante altre belle cose che si potrebbero fare per la Scuola.