La risposta penale alle aggressioni contro il personale scolastico è necessaria, ma da sola non basta. È la posizione dell’ANP, l’associazione nazionale dirigenti pubblici e alte professionalità della scuola, che prende spunto dal saggio di Vito Tenore, presidente della Sezione giurisdizionale per la Lombardia della Corte dei conti, pubblicato nel fascicolo 3/2026 della rivista AmbienteDiritto.it e dedicato alla violenza fisica e verbale contro gli insegnanti da parte di alunni e genitori.
Tenore ricostruisce la casistica recente e gli strumenti di tutela penali, civili e disciplinari. Secondo l’autore, il baricentro dovrebbe tornare sul patto educativo, sulla responsabilizzazione delle famiglie e sul riconoscimento sociale della professione docente. L’ANP rileva che si tratta della stessa impostazione dell’associazione, che ha sempre affiancato alla richiesta di una tutela giuridica chiara l’investimento sulla prevenzione e sull’educazione al rispetto.
Per l’ANP il quadro normativo si è rafforzato. La legge n. 25/2024 ha istituito l’Osservatorio nazionale sulla sicurezza del personale scolastico, di cui fa parte un componente dell’associazione e che promuove la formazione sulla gestione dei conflitti e sulla comunicazione con studenti e famiglie. La legge 150/2024 prevede che la condanna per reati in danno del personale scolastico comporti sempre il pagamento alla scuola di appartenenza di una somma da 500 a 10.000 euro. Il decreto-legge 23/2026 ha poi esteso al personale scolastico la tutela dell’articolo 583-quater del codice penale e l’arresto obbligatorio in flagranza, un risultato atteso da tempo. Infine, il decreto-legge 190 del 22 ottobre 2026, già vigente e in corso di conversione, ha introdotto la presunzione relativa di capacità di intendere e di volere del minore (articolo 1, comma 1).
L’ANP indica tre ambiti che continuerà a presidiare. Il primo è l’assistenza legale alla vittima, che per Tenore dovrebbe diventare un diritto e non restare affidata alla prassi. Il secondo è la formazione, per la quale il decreto del 2026 non avrebbe previsto risorse. Il terzo ambito è la qualità dei dati, perché il monitoraggio ministeriale non coglie gli episodi non denunciati.