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Ape, sempre peggio: niente tredicesima fino al compimento di 66 anni e sette mesi

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Non bastavano l’esborso di “belle” cifre per 20 anni: l’Ape, la pensione anticipata fino a tre anni e sette mesi rispetto alla soglia Fornero, nasconde pure la beffa.

Perché se è vero che col prestito ventennale – da 66 anni e sette mesi di età, quando scatta la pensione di vecchiaia, e gli 87 anni e sette mesi, un’età superiore all’aspettativa di vita media – si baserà su 13 assegni annuali, è altrettanto vero che l’Ape volontaria – ma anche la social – sarà erogata per 12 mesi l’anno e non su 13 come avviene per la pensione. E questo avverrà sino al compimento dei 66 anni e sette mesi, soglia introdotta dalla riforma Fornero per l’accesso alla pensione di vecchiaia.

Lo si apprende da chi ha visionato il Dpcm, che sarà pubblicato a gennaio dopo l’approvazione della legge di Bilancio, si chiariscono via via i dettagli del provvedimento. Che si sta rivelando sempre meno allettante per i potenziali pensionandi coinvolti, nati tra il 1952 e il 1954.

Ecco cosa accadrà, nella pratica. A fronte di una pensione certificata mensile netta di 1.286 euro (16.718 annui dato che le rate di pensione sono 13), si potrà ricevere per un anticipo di tre anni fino a 1.093 euro al mese (l’85% della rata mensile) ma questi saranno erogati per 12 mesi e quindi il prestito annuo sarà di 13.116 euro (quindi il 78,45% della pensione annua certificata dall’Inps). Su questo prestito si pagherà il 4,7% sulla rata di pensione per ogni anno di anticipo.

Di fatto, come si legge nell’esempio contenuto nelle tavole messe a punto dal team guidato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini – a fronte di un prestito netto nel triennio di 13.116 euro si restituiscono in 20 anni 54.080 euro. Che corrispondono ad una lunga serie di rate di 208 euro per 13 mesi l’anno.

 

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La rata media prevista per il prestito ventennale è comunque inferiore a quella di mercato dato che il Governo paga la metà degli interessi e del premio assicurativo.

“La decisione di mettere un limite alla richiesta di prestito e di non prevedere la tredicesima (che peraltro non è prevista neanche nell’Ape social nè nella Naspi) – spiegano dal team del sottosegretario alla presidenza del Consiglio – è stata dovuta alla necessità di non far salire troppo la rata da pagare una volta in pensione. “Avremmo voluto tenere più basso il premio assicurativo – hanno spiegato – ma per farlo avremmo dovuto ridurre la durata del prestito, magari a 10 anni. E a questo punto sarebbe salita troppo la rata di restituzione”.

Dal Governo dicono – riporta l’Ansa – che le mensilità sono 12 “perchè si tratta di un prestito e non di una pensione” e che il prestito è comunque vantaggioso rispetto a quelli di mercato dato che il 50% dell’assicurazione e il 50% degli interessi sono a carico dello Stato. Si potrà chiedere anche solo per pochi mesi e si potrà fare un’estinzione prematura senza costi.

Fatto sta che per alcuni anni, anche più di tre e mezzo, un lavoratore che ha fruito dello “scivolo” a pagamento vedrà anche decurtarsi la tredicesima. Siamo sempre più convinti che nella scuola a fruire della possibilità saranno quasi esclusivamente le maestre della scuola dell’infanzia.

 

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