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Attacco alla professoressa di Bergamo, quali le possibili cause?

La mattina del 25 marzo 2026, poco prima dell’inizio delle lezioni della scuola media di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, uno studente 13enne del terzo anno entra nella scuola indossando pantaloni mimetici e una maglietta bianca con sopra scritto “vendetta”, portando con sé uno zaino con dentro una pistola scacciacani e il coltello che userà per aggredire la prof di francese Chiara Mocchi, pugnalata sul collo e sul petto prima che lo studente fosse immobilizzato da altri professori.

Lo studente ha documentato l’accaduto tramite una registrazione live su Telegram, lo stesso social dove verso sera viene condivisa come pubblicazione automatica due foto della maglietta e delle armi con un messaggio intitolato “Manifesto – The Final Solution” (“la soluzione finale”) scritto in inglese. Lo studente parla di una sofferenza che trova ingiusta e umiliante, identificando l’insegnante come causa principale; chiamando anche in causa un apparente fallimento della scuola nel difenderlo e proteggerlo, concludendo con l’obiettivo di uccidere l’insegnante come vendetta personale.

L’episodio di Trescore Balneario non è solo un caso isolato di violenza scolastica, ma presenta elementi che richiamano un modello già osservato in altri contesti internazionali.

Negli studi sulla violenza giovanile, diversi ricercatori hanno individuato un fenomeno noto come “effetto Columbine”, in riferimento alla strage avvenuta nel 1999 negli Stati Uniti, che ha influenzato nel tempo modalità, linguaggi e rappresentazioni di atti simili.”

Il 20 aprile 1999, Eric Harris e Dylan Klebold compirono un attacco alla Columbine High School in Colorado che combinava costruzione simbolica, premeditazione e violenza estrema. Entrambi si vestirono in modo da contribuire all’identità che stavano costruendo per l’atto: Harris indossava pantaloni neri in stile militare, una maglietta bianca con la scritta “Natural Selection”, un trench nero e stivali da combattimento, mentre Klebold portava pantaloni cargo neri, una maglietta nera con la scritta “Wrath” in rosso, un trench e stivali simili; entrambi utilizzavano anche guanti e attrezzature per trasportare munizioni ed esplosivi.

Fecero uso di armi da fuoco, tra cui una carabina semiautomatica, una pistola tipo TEC-9 e fucili a canne mozze, insieme a dispositivi esplosivi di dimensioni minori. Nell’arco di meno di un’ora si mossero all’interno della scuola, uccidendo 13 persone e ferendone molte altre, prima di ritirarsi nella biblioteca, dove si tolsero la vita.

Eric Harris e Dylan Klebold documentarono i loro piani attraverso una serie di video amatoriali successivamente noti come Basement Tapes, che includevano quelli che sono stati descritti come “monologhi simili a post di un blog”, nei quali esprimevano odio, spiegavano le loro intenzioni e delineavano come avrebbero portato a termine l’attacco. In queste registrazioni non si limitavano a parlare direttamente alla telecamera delle loro motivazioni, ma mostravano anche le armi, gli esplosivi e persino gli abiti che avevano previsto di indossare, costruendo di fatto una narrazione della violenza in anticipo. Inoltre, secondo fonti documentate, Harris iniziò a tenere un diario nel 1998, mentre Klebold scriveva già da prima, descrivendo depressione, rabbia e, successivamente, idee legate alla violenza e agli attacchi.

“Columbine Copycats”

Si tratta di un fenomeno ricercato da giornalisti e outlet e osservato da accademici come Ralph Larkin e Malcolm Gladwell, eventi violenti all’interno di scuole causati da studenti sono spesso riconnessi all’influenza, romanticizzazione e glorificazione tramite internet della strage della scuola superiore di Columbine nel 1999.

Un’indagine del 2015 condotta da CNN ha identificato “più di 40 persone… accusate di aver pianificato attacchi in stile Columbine.” Un’indagine del 2014 di ABC News ha individuato “almeno 17 attacchi e altri 36 presunti complotti o minacce gravi contro scuole dopo l’assalto alla Columbine High School che possono essere collegati al massacro del 1999.”

I collegamenti individuati da ABC News includevano ricerche online dei responsabili sulla sparatoria di Columbine, raccolta di articoli di giornale e immagini relative all’evento, dichiarazioni esplicite di ammirazione per Harris e Klebold, come scritti in diari e sui social media, video pubblicati online e dichiarazioni rilasciate durante interrogatori di polizia. In altri casi, i piani erano programmati per coincidere con l’anniversario di Columbine, oppure prevedevano l’intenzione di superare il numero di vittime della strage, insieme ad altri elementi di connessione.

Oltre 300 morti sono stati attribuiti ad attacchi imitativi (copycat), con episodi accaduti ben oltre l’America, includendo Germania, Russia, Paesi Bassi e il Regno Unito, con l’Italia che forse diventerà la più recente aggiunta alla lista.

Secondo il sociologo Ralph W. Larkin, molti autori di attacchi non agiscono in isolamento totale, ma si inseriscono in una sorta di “tradizione” violenta già esistente: i perpetratori studiano Columbine, si identificano con Eric Harris e Dylan Klebold e riprendono simboli, linguaggio e motivazioni. I motivi dietro il mantenimento di questo meccanismo a catena vengono spiegati da psichiatri come Edwin Fuller Torrey, che hanno osservato come studenti emarginati vedano questi eventi come un modo per essere visti e sentirsi potenti, effetto spesso amplificato dai social media.

“Columbiners”, “TTC” e presenza online

Secondo studi del Journal of Transformative Works, una comunità online chiamata “Columbiners” si presenta con 3 livelli di interesse: il primo si focalizza sulla documentazione della strage e sullo studio del caso. Il secondo è sulla cultura fandom stessa: la creazione di fan art (lavori artistici ispirati all’evento) e fan fiction (storie fittizie sull’evento), trattando il caso come qualsiasi altro fandom, normalizzando l’evento violento. Il terzo livello è sull’idealizzazione della strage: un’ammirazione verso i perpetratori, linguaggio positivo verso l’avvenuto, identificazione personale e giustificazione delle azioni.

Questa comunità però, mentre è identificata in questi studi come distinta, si riconnette a un’altra comunità molto più grande chiamata True Crime Community (TCC), attiva su piattaforme come TikTok, Discord o Telegram, e l’interesse dei membri si focalizza sulla creazione di contenuti, spesso descritti come “educativi” ma intesi per persuadere lo spettatore, su criminali che vengono considerati eroi e spesso glorificati, diventando fonte di ispirazione alla violenza da parte di adolescenti sui social media.

In conclusione, l‘episodio di Bergamo non é un caso isolato o legato solamente all‘italia ma rientra in un fenomeno che si estende sopra episodi violenti avvenuti in tutto il mondo.

Marco Ravanelli

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