C’è una sentenza che ha fatto discutere, e non solo per i suoi effetti giuridici: una parrocchia condannata perché le attività dell’oratorio “fanno troppo rumore”. Bambini che giocano, ragazzi che si rincorrono, voci che si accavallano nel cortile. Troppo, secondo alcuni residenti. Intollerabile, secondo un Tribunale. Legittimo, secondo la legge.
Eppure, proprio qui si apre una domanda che va oltre il diritto e interpella la pedagogia, la comunità, la vita dei quartieri: che cosa resta di una città quando il silenzio diventa più importante dell’educazione?
Gli oratori, da decenni, rappresentano uno degli ultimi presìdi educativi informali nei contesti urbani. Luoghi poveri di mezzi ma ricchi di relazioni, spesso collocati in quartieri dove lo spazio pubblico è ridotto, degradato o percepito come pericoloso. Per molti ragazzi, soprattutto quelli che qualcuno chiama con superficialità “di strada”, il cortile dell’oratorio è l’unica alternativa alla strada stessa, all’isolamento domestico, alla deriva digitale o, nei casi peggiori, alla devianza.
Farli giocare non è un passatempo. È un atto educativo. È prevenzione primaria. È costruzione di legami, regole, confini, appartenenza. È rumore, sì. Ma è il rumore della vita che cresce.
Dall’altra parte c’è un diritto altrettanto reale e tutelato: il diritto alla quiete, al riposo, alla salute. Nessuno può essere costretto a vivere in un contesto costantemente disturbato. La legge non va demonizzata, né le sentenze irrise. Il problema non è il riconoscimento di questo diritto, ma il bilanciamento tra diritti che, se letti in modo rigido, rischiano di diventare incompatibili.
Perché se ogni risata diventa “disturbo”, se ogni pallone che rimbalza è una violazione, se ogni schiamazzo infantile è materia da tribunale, allora dobbiamo avere il coraggio di chiederci che idea di convivenza stiamo costruendo.
Le città contemporanee sembrano sempre più progettate per adulti stanchi, soli, chiusi dietro infissi insonorizzati, e sempre meno per bambini, adolescenti e famiglie. Abbiamo espulso il gioco dalle strade, poi dai cortili; ora rischiamo di espellerlo anche dagli oratori. Ma il gioco non scompare: si sposta. E spesso si sposta dove fa più danni.
Una comunità educante non è silenziosa. È regolata, certo. È responsabile. È capace di mediazione. Ma è anche viva. Il rumore dei bambini non è un incidente da tollerare: è un indicatore di salute sociale. Dove non si sente più, qualcosa si è già rotto.
La sfida, oggi, non è scegliere tra il silenzio e l’educazione, ma costruire soluzioni condivise: orari concordati, interventi strutturali, spazi adeguati, responsabilità chiare. Soprattutto, una visione culturale che riconosca che educare non è un’attività neutra, né silenziosa.
Un quartiere senza bambini che giocano è forse ordinato, ma è anche un quartiere più povero, più fragile, più solo. E forse, a ben vedere, molto più rumoroso dentro.
Alessandro Prisciandaro
Presidente Nazionale Associazione Pedagogisti Educatori Italiani