Mancano poche settimane al ritorno in classe e, quest’anno, il tema di che cosa significhi insegnare storia assume un significato particolare. Dall’anno scolastico 2026/2027 le nuove Indicazioni nazionali cominciano infatti a essere adottate nel primo ciclo, a partire dalle classi prime della primaria e della secondaria di primo grado.
Proprio alla storia le Indicazioni affidano un’impostazione fortemente centrata sulla tradizione occidentale. Il testo si apre con un’affermazione che molto ha fatto discutere: «Solo l’Occidente conosce la storia». L’Occidente, la sua formazione e i suoi rapporti con il resto del mondo diventano così uno degli assi del percorso storico.
È su questo sfondo che acquista particolare interesse l’intervento di Franco Cardini pubblicato oggi sul Fatto Quotidiano con un titolo altrettanto netto: “Basta insegnare solo l’Occidente”. Cardini parte proprio dall’imminente riapertura delle scuole e dal dibattito sull’insegnamento della storia promosso dal ministro Valditara, ma propone di rovesciare la prospettiva. Nel mondo attuale, scrive, «la vecchia trincea “occidentalistica” non regge più» e la stessa parola Occidente appare «abusata e ambigua». Il tempo dell’“impero americano”, riassume Cardini, è finito, così come la sua influenza su vaste aree del pianeta. Al suo posto arrivano nuovi attori che i nostri studenti dovrebbero imparare a conoscere.
Il punto, per Cardini, non è rinunciare alla storia europea o italiana. Comprenderne le radici resta essenziale. Ma quelle radici vanno collocate dentro una storia più ampia, capace di rendere intelligibili gli spostamenti di potere, le interdipendenze e l’emergere di nuovi protagonisti globali. È ormai «impensabile», osserva, conoscere poco o nulla di civiltà come quella cinese, indiana, persiana, africana o precolombiana.
Da qui la proposta di una «nuova storia sintetica di tutti i popoli della terra», fondata su una solida base geoantropologica e capace di mostrare come civiltà, saperi ed egemonie si siano succeduti e intrecciati nel tempo. Una trasformazione che Cardini definisce una «rivoluzione antropologico-didattica»: non solo nuovi contenuti, ma anche nuovi modi di organizzarli e insegnarli.
Per chi insegna, la provocazione arriva dunque nel momento giusto. La questione non è scegliere tra storia dell’Occidente e storia del mondo, ma chiedersi quale storia permetta agli studenti di comprendere il mondo in cui stanno entrando. E se la scuola debba continuare a guardarlo soprattutto da un centro, oppure insegnare a leggerlo attraverso una pluralità di prospettive.
E in chiusura Cardini fa un esempio, citando “il volume The Once and Future World Order del grande studioso indoamericano Amitav Acharya, già presente nelle edizioni inglese e francese e molto diffuso dagli Stati Uniti al sudest asiatico, che in Italia è stato tradotto dalla brava Chiara Rizzo per i tipi della Fazi di Roma col titolo di Storia e futuro dell’ordine mondiale e relativo sottotitolo ch’è, da solo, tutto un programma: Perché la civiltà globale sopravviverà al declino dell’Occidente”. Qualcosa di diverso, dice Cardini, dall’ “invito a tornare a mettere al centro del lavoro scolastico la storia dell’Italia, al punto che, a scopo s’intende puramente indicativo, si era citato addirittura come modello il celebre racconto deamicisiano della Piccola Vedetta Lombarda”.