L’altra sera, tornando a casa a piedi nella cittadina costiera dove stiamo trascorrendo le vacanze, abbiamo trovato la strada sbarrata da una bicicletta lasciata di traverso. Mentre stavo per spostarla, mi sono sentito salutare da un gruppo di ragazzi nascosti poco distante. Per un attimo ho pensato a una bravata. Invece, il loro atteggiamento era tutt’altro che aggressivo: sembravano desiderosi di parlare.
Ne è nata una conversazione sorprendentemente ricca. Abbiamo parlato della scuola, dei loro progetti, delle aspettative sul futuro. Alcuni frequentavano perfino il liceo scientifico di Nereto, finito poche settimane fa sulle cronache nazionali per l’aggressione subita da un professore.
È un episodio che mi ha confermato un’impressione maturata da tempo: sotto molti aspetti i giovani sono migliori degli adulti. Conservano ancora qualcosa dell’autenticità dell’infanzia, non ancora completamente soffocata dalle convenzioni della vita. Ma proprio perché sono in formazione, cercano una direzione. L’adolescenza è l’età nella quale ciascuno tenta di rispondere alle domande decisive: «Chi sono? Chi voglio diventare?»
Ogni giovane, per costruire il proprio equilibrio interiore, ha bisogno di un progetto di vita, di un compito da sentire come proprio, di una missione capace di dare significato all’esistenza. Quando questo orizzonte manca, il vuoto rischia di trasformarsi in disagio. La psicologia lo documenta da tempo: la perdita di senso può esprimersi come depressione, aggressività o ricerca compulsiva di compensazioni immediate, come accade nelle dipendenze.
Al contrario, un progetto di vita alimenta fiducia. E la fiducia favorisce la collaborazione con la società. Quando invece prevale il sospetto, soprattutto se alimentato dall’esempio negativo degli adulti e dalla scarsa credibilità delle istituzioni, nasce facilmente l’antagonismo.
Non c’è quindi da stupirsi se i giovani oscillano continuamente fra adesione e contestazione. È quasi una legge dell’età evolutiva. Cercano di definire la propria identità anche attraverso il confronto, talvolta lo scontro, con il mondo degli adulti. Il loro rapporto con la società è inevitabilmente ambivalente: insieme fiducia e diffidenza, desiderio di appartenenza e bisogno di distinzione.
I ragazzi incontrati quella sera sembravano soprattutto desiderosi di dialogo. Pochi giorni dopo, però, ho assistito a una scena di segno opposto.Due adolescenti, in sella alle loro biciclette, sono sbucati improvvisamente da uno stabilimento balneare immettendosi sulla pista ciclabile senza neppure guardare. Sopraggiungeva proprio in quel momento un gruppo di ciclisti. L’impatto è stato inevitabile: un padre e la figlia sono stati scaraventati a terra. Per fortuna le conseguenze non sono state gravi, ma lo spavento è stato enorme. Il padre, ancora sotto shock, continuava a ripetere: «Vi rendete conto di quello che poteva succedere?».La risposta di uno dei due ragazzi fu disarmante: «In fondo vi abbiamo soltanto tagliato la strada». Più ancora dell’imprudenza, mi ha colpito l’incapacità di riconoscere l’errore. Sarebbe bastato dire: “Abbiamo sbagliato. Dovevamo guardare. Scusate”. Quelle poche parole avrebbero immediatamente disinnescato la tensione. Invece è prevalsa una sterile autodifesa.
L’episodio richiama un problema che ormai riguarda molte località turistiche. Le piste ciclopedonali rischiano sempre più spesso di trasformarsi in percorsi agonistici. Le biciclette elettriche sono aumentate enormemente e non di rado vengono utilizzate da ragazzi molto giovani, a velocità incompatibili con percorsi frequentati da famiglie, bambini e anziani.
La normativa distingue correttamente tra biciclette e monopattini elettrici. Per questi ultimi sono previsti età minima, casco, assicurazione, contrassegno identificativo e limiti di velocità. Per le biciclette, invece, il Codice della strada non stabilisce un’età minima, rimettendo la responsabilità ai genitori o a chi esercita la vigilanza sul minore.
Ma il vero problema non è tanto la legge, quanto la sua applicazione. Lungo chilometri di piste ciclabili è raro incontrare un agente di polizia locale o qualsiasi altra presenza istituzionale capace di svolgere una funzione preventiva. L’assenza del controllo finisce inevitabilmente per trasmettere l’idea che tutto sia consentito.
Così cresce la preoccupazione osservando famiglie con bambini piccoli attraversare la pista quasi inconsapevoli del pericolo, mentre dalle curve sbucano biciclette lanciate a velocità elevata.
È difficile non cogliere, in situazioni come questa, un problema più generale. L’assenza dello Stato. In molti ambiti della vita quotidiana si diffonde la sensazione che le istituzioni siano sempre meno presenti. Lo si avverte sulle piste ciclabili, dove le regole sembrano affidate esclusivamente al senso civico dei singoli; lo si avverte nelle città, dove scooter con marmitte modificate disturbano impunemente il riposo dei cittadini anche durante la notte.
Quando lo Stato arretra, arretra anche la fiducia. E quando un cittadino si sente solo, cresce inevitabilmente la tentazione di cercare da sé le proprie forme di difesa. È difficile non pensare, a questo proposito, al caso del gioielliere piemontese che, dopo ripetute rapine e continue minacce rivolte a lui e alla sua famiglia, ha maturato un profondo senso di abbandono. Se avesse avuto la concreta percezione di uno Stato capace di proteggerlo, è lecito domandarsi se quella drammatica vicenda avrebbe conosciuto lo stesso tragico epilogo.
Le regole, da sole, non bastano. Per essere credibili devono essere accompagnate da una presenza visibile delle istituzioni. Perché la libertà non nasce dall’assenza dell’autorità, ma dalla certezza che i diritti di ciascuno saranno realmente tutelati.