Indire e il Festival dell’Innovazione scolastica ha condotto nei mesi scorsi una interessante ricerca intitolata “Io e l’intelligenza artificiale” andando a interrogare 5.342 studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado. L’indagine era stata lanciata lo scorso marzo proprio in vista del Festival svoltosi nei giorni scorsi a Valdobbiadene, con l’obiettivo di non limitarsi a parlare dei giovani e dell’IA, ma di ascoltare direttamente gli studenti e comprendere che cosa stia già accadendo nelle aule e nella loro vita quotidiana.
I risultati sono sostanzialmente in linea con le molte indagini che a partire dal 2023 sono state svolte per cercare di comprendere l’atteggiamento degli studenti nei confronti dell’IA.
Così da un lato abbiamo un uso massiccio dell’IA nella vita di tutti i giorni (94% occasionalmente e il 62% quotidianamente) mentre l’84% dice di usarla per lo studio e tre su quattro dicono che li aiuta a comprendere meglio gli argomenti e a imparare più rapidamente.
Ovviamente, ha spiegato Samuele Calzone, ricercatore INDIRE, presentando la ricerca, c’è una significativa differenza tra primo grado e secondo grado: nella secondaria di primo grado il 12,5% non usa mai l’IA e il 10,4% la utilizza molto spesso; alle superiori, invece, chi non la usa scende appena all’1,5%, mentre gli utilizzatori più assidui salgono al 27,7%. Il dato è molto interessante perché suggerisce due scenari educativi diversi: alle medie è ancora possibile accompagnare gli studenti mentre si formano le abitudini d’uso, mentre alle superiori la scuola si confronta con comportamenti ormai largamente consolidati e su cui pare più complesso intervenire.
Gli studi internazionali sull’IA hanno in questi anni evidenziato quello che viene chiamato il paradosso della fiducia, ovvero il fatto che nell’interazione con l’IA alcune specifiche tipologie di soggetti tendono più di altre a fidarsi quasi ciecamente delle risposte ottenute.
La ricerca Indire lo conferma: complessivamente, il 76% degli studenti dichiara di fidarsi delle risposte dell’IA e il 62% afferma di controllarle attraverso altre fonti. Ma incrociando le risposte dei singoli studenti emerge che sono proprio gli studenti collocati ai due estremi – quelli che si fidano moltissimo dell’IA e quelli che non si fidano per nulla – a verificare meno le informazioni. Tra chi dichiara la massima fiducia, il 55% non verifica le fonti; ma la percentuale sale addirittura al 56,1% tra chi non si fida per niente. I più attenti al controllo sono invece gli studenti che mantengono nei confronti dell’IA una fiducia moderata.
Da qui discende la necessità di un processo educativo che vada oltre il semplice insegnare a diffidare dell’IA per approdare ad una educazione alla fiducia consapevole.
Il report Indire sottolinea poi che anche nell’attività scolastica l’IA è ormai una presenza diffusa: l’84% degli studenti dichiara di utilizzarla per lo studio. Le materie nelle quali viene impiegata maggiormente sono italiano, scrittura, riassunti e letture (40,32%), le lingue straniere (34,89%) e matematica e scienze (32,76%). Molto più limitato, il 5,45%, è invece l’utilizzo dichiarato per attività artistiche e creative. Il 76,5% ritiene che l’IA aiuti a comprendere meglio gli argomenti e ad apprendere più rapidamente. Allo stesso tempo, però, gli studenti sembrano percepire il rischio insito nella delega alla macchina: circa il 44% concorda con l’affermazione che l’IA utilizzata per la scuola possa rendere troppo dipendenti e far “pensare di meno con la propria testa”.
La ricerca presentata a Valdobbiadene conferma poi gli esiti che molte altre ricerche nazionali e internazionali hanno messo in evidenza, ovvero che una percentuale altissima (qui l’87,8%) è favorevole al fatto che i docenti utilizzino IA per preparare lezioni e compiti.
Con un sano pragmatismo il 48% dice poi che in realtà non cambierebbe nulla: ciò che conta è la bontà e la chiarezza della lezione.
Il 43% degli studenti dice di aver utilizzato almeno una volta l’IA come confidente e amico per affrontare un problema personale o per sfogarsi. Qui si verifica anche un’importante divaricazione per genere e età: le ragazze hanno quasi il doppio delle probabilità dei ragazzi di confidarsi con un chatbot e, a parità di utilizzo, questa pratica risulta più presente tra gli studenti più giovani della scuola secondaria di primo grado.
Un dato, questo, che non parla solo dei ragazzi ma, soprattutto, del mondo adulto che, come continua a ripetere Matteo Lancini, è sostanzialmente assente.
Nel corso della presentazione della ricerca Samuele Borri, dirigente tecnologo INDIRE ha sostenuto che «l’Intelligenza Artificiale è già entrata nella vita quotidiana dei ragazzi e nelle loro pratiche di studio» e pertanto « la scuola non può limitarsi a osservare il fenomeno o a regolamentarne l’uso: deve accompagnare gli studenti verso un utilizzo consapevole, responsabile e critico di questi strumenti. La ricerca mostra infatti che alla grande familiarità con l’IA non corrisponde sempre una piena capacità di valutarne l’affidabilità e i limiti. Il compito della scuola è quindi aiutare le nuove generazioni a usare l’Intelligenza Artificiale come uno strumento di supporto, senza rinunciare all’autonomia di giudizio e al pensiero critico. È questa una delle grandi sfide educative del nostro tempo».
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Il rapporto completo è disponibile qui. Il report è stato realizzato dai ricercatori INDIRE Samuele Calzone, Samuele Borri, Rosalba Manna e Festival dell’Innovazione.