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Chiamare licei gli istituti tecnici e professionali non li rende uguali

La riforma degli istituti tecnici e professionali promossa dal governo (legata alla sperimentazione della filiera tecnologico-professionale 4+2) ha suscitato forti critiche da parte di sindacati, docenti, studenti e associazioni.

Di seguito sono elencate le principali critiche mosse al provvedimento:
1. Riduzione del percorso a 4 anni e tagli alle materie di base
• Taglio delle ore: si contesta la riduzione del percorso di studi e il taglio di centinaia di ore di insegnamento in discipline fondamentali come italiano, matematica, fisica e materie scientifiche.
• Impoverimento culturale: secondo i sindacati (come FLC CGIL e la Gilda degli Insegnanti), la diminuzione delle ore dedicate alla formazione generale riduce il bagaglio culturale e critico degli studenti, trasformando la scuola in un luogo di addestramento anziché di educazione.

2. Subalternità alle esigenze delle imprese
• Flessibilità e aziende: la previsione di quote orarie flessibili personalizzabili in base alle richieste del tessuto produttivo locale viene vista come un’eccessiva ingerenza del mercato privato nei programmi scolastici.
• Rischio “addestramento”: si teme che l’istruzione pubblica venga piegata unicamente alle necessità lavorative immediate delle aziende, svalutando il valore universale e laico del sapere.

3. Impatto sul personale e sui posti di lavoro
• Precarietà e esuberi: la riorganizzazione dei quadri orari e l’accorpamento di alcune discipline (come le scienze sperimentali) rischiano di generare numerosi docenti “perdenti posto” e di aggravare la precarietà del corpo insegnante.

4. Aumento delle disuguaglianze e scuole di “serie A e serie B”
• Divari territoriali: Una maggiore autonomia e flessibilità affidata ai singoli istituti e territori potrebbe accentuare le differenze qualitative dell’offerta formativa tra le varie regioni italiane, avvantaggiando le aree economicamente più forti.
• Disparità di indirizzo: viene criticato il rischio di creare una polarizzazione marcata tra i percorsi liceali e quelli tecnico-professionali, percepiti da alcuni come opzioni di “serie B” destinate a una rapida immissione nel lavoro a scapito della prosecuzione accademica.

La ” rivoluzione culturale” tanto sbandierata da Giorgia Meloni rimane sola semantica. Di fatto si riducono le ore di molte discpline, a causa della contrazione a 4 anni rispetto ai 5 precedenti: meno ore di Italiano, Storia dell’arte, Geografia, Informatica, Disegno tecnico,  Economia aziendale, Diritto ed economia, Seconda lingua comunitaria.

Il biennio unitario che concedeva più tempo per ponderare le scelte scolastiche, scompare.

Se l’Invalsi constata che gli apprendimenti sono inferiori negli istituti tecnici e professionali rispetto ai licei, è certo che questa distanza non si colmerà chiamando gli istituti tecno-professionali “licei”. Se li si volesse veramente equiparare, le discipline non andrebbero ridotte; anzi aggiungerei nei tecnici e professionali anche la Filosofia, disciplina che aiuta a formare il pensiero critico. Ma non deve essere censurata per motivi politici o religiosi.

Le nuove indicazioni nazionali per i licei introdotte a maggio 2026 da Valditara, invece, hanno ridimensionato importanti filosofi come Spinoza (fautore del panteismo) e  Marx (fautore del comunismo).

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