“Rai Scuola è stata ammazzata dalla chiusura delle nuove produzioni. Se non realizzi nuove produzioni, è chiaro che il canale poi muore”. Non usa mezzi termini Silvia Bencivelli – giornalista, divulgatrice scientifica, conduttrice, a lungo collaboratrice esterna della rete del servizio pubblico dedicata alla divulgazione scolastica – per commentare la chiusura del canale, che verrà sostituito da “Italiana”, una nuova programmazione dedicata al racconto dell’identità italiana e dei territori. Una decisione che ha suscitato un acceso dibattito, con tanto di interrogazioni parlamentari e petizioni al Governo.
A innescarlo, tra le altre cose, è stato un post della stessa Bencivelli che “salutava” la rete, che ha raggiunto in poche ore un milione di persone. “Sono almeno un paio di anni che Rai Scuola aveva dei budget sempre più risicati”, aggiunge parlando con Tecnica della Scuola, “fino a quando le produzioni sono state interrotte. Per me, come collaboratrice esterna, era un dato già abbastanza acquisito: l’anno scorso ho girato l’equivalente di soli 12 minuti, due anni fa l’equivalente di due ore, tre anni fa l’equivalente di dieci ore. Avevo già visto questa parabola, dunque per me era un lavoro archiviato”.
Per Bencivelli la gestione del canale ha inciso sui dati di ascolto. “Ormai diverso tempo, Rai Scuola manda in onda solo programmi in replica. E questo è già la morte di un canale televisivo: se proponi solo repliche, lo spettatore guarda un contenuto al massimo due volte, alla terza cambia canale. Così il pubblico si perde”. I numeri, precisa la divulgatrice, non vanno letti in modo assoluto. “Gli ascolti sono oggettivamente bassi, e questa è la ragione addotta dall’azienda per sostenere che fosse giusto chiudere. Tuttavia, bisogna considerare che Rai Scuola viene fruita moltissimo dagli insegnanti attraverso Rai Play”.
Bencivelli aggiunge alcuni elementi di valutazione. “Le produzioni di Rai Scuola vengono utilizzate al mattino, al di fuori degli orari del palinsesto lineare, dai docenti che usano in classe l’enorme quantità di materiali prodotti in questi anni”, spiega. “Soprattutto durante la pandemia abbiamo svolto un ruolo davvero importante per la scuola italiana. Gli insegnanti usano questi video anche durante le lezioni: come mi faceva notare ieri uno di loro, se collega il computer alla LIM e mostra una puntata di Rai Scuola in classe, per il sistema risulta un solo ‘click’, ma davanti a quello schermo ci sono 25 alunni“.
Il dato dell’ascolto, insomma, non racconterebbe tutta la storia. “Non dice nulla sull’apprezzamento – che è sempre stato alto – né sul valore sociale e didattico di quell’ascolto”, osserva Bencivelli, che accende i riflettori anche sul tema dei costi. “Posso assicurare che Rai Scuola costava pochissimo, l’equivalente di un’unghia di Amadeus. Con il costo di una singola giornata di trasmissione di Rai Scuola non ci si paga nemmeno mezz’ora di montaggio per Rai Uno: siamo su due pianeti completamente diversi. Eppure, offriva un servizio straordinario per gli insegnanti italiani“.
Bencivelli riflette anche sulla raccolta firme lanciata su Change.org contro la chiusura del canale. “La petizione ha già superato le 35mila firme e continua a crescere”, dice la divulgatrice. “È il segnale che per il Paese è normale e giusto che la televisione di Stato fornisca contenuti, prodotti e idee alla scuola pubblica. È fondamentale che ci sia questa permeabilità e che si crei una sinergia tra TV pubblica, scienza pubblica e scuola pubblica“.
Quanto alla nuova rete “Italiana”, Bencivelli è dubbiosa. “Si sostituisce un canale che si chiama Rai Scuola con uno che propone repliche di Linea Verde, parlando quindi di territorio con il classico programma incentrato su sagre e tradizioni locali”. Per la conduttrice, il rischio è cadere nel localismo. “È come se avessimo ristretto le nostre prospettive, parlando di un’Italia che promuove le proprie eccellenze ma si dimentica delle eccellenze scientifiche, che sono tantissime e importantissime. Le prime, inoltre, trovano già ampi spazi nei canali generalisti, mentre la scienza e la scuola non hanno altrettanta visibilità“.