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26.01.2026

Coltelli a scuola: il 60% degli studenti favorevole ai metal detector e il 55% chiede pene più severe

Alessandra Ghisleri, su La Stampa di oggi, , firma un sondaggio per capire il livello di tensione violenta che sta agitando i giovani, sottolineando come, per esempio, “le liti non si esauriscono in uno scontro verbale”, ma finiscono con un coltello tra le mani, mettendo coì in luce “una generazione che cresce tra paura, rabbia e un’evidente assenza di riferimenti.

Dati alla mano dimostrano che dal 2018 ad oggi le aggressioni con i coltelli tra i ragazzi sono aumentate da 35.000 a 90.000”, mentre “aumentano gli episodi di violenza tra minorenni e si abbassa l’età di chi impugna un’arma. Non si tratta solo di criminalità, ma di un fallimento educativo, sociale e culturale che chiama in causa famiglie, scuole e istituzioni”.

Intanto, scrive Ghisleri,  per il 37,5% degli intervistati le cause di questi episodi vanno ricercate in un mix di fattori sociali e culturali (20,0%), nella mancanza di regole e di controllo (17,9%), nei problemi legati alla famiglia di provenienza (12,2%), fino alle responsabilità individuali (4,0%) ed economiche (3,0%). 

Dunque, portarsi un coltello appresso, vorrebbe dire che i ragazzi soffrono di un vuoto che non si riesce a colmare, mentre l’opinione pubblica si divide sulle risposte da adottare. Il 55,0% dei cittadini è per l’inasprimento, mentre il 32,7% si dice contrario, come contrario è il  55,2% dei giovani tra i 18 e i 24 anni.

Sull’ipotesi di installare metal detector all’ingresso degli istituti scolastici, il 59,2% degli intervistati si è dichiarato favorevole, mentre colpisce il dato dei più giovani: il 65,6% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni si dice contrario. Dunque i ragazzi non vogliono essere controllati.

Un cittadino su due (52,7%) è convinto che le istituzioni debbano agire su entrambi i fronti: rafforzando le misure di controllo e sicurezza (22,4%), ma soprattutto investendo nella prevenzione, attraverso un maggiore supporto psicologico (17,1%).

Secondo inoltre quanto si legge su La Stampa, in alcuni contesti culturali il coltello non è solo un’arma, ma un simbolo identitario, un segno di forza o di difesa, mentre i dati che segnalano un aumento di reati anche tra gli immigrati di seconda o terza generazione vanno letti come l’ennesimo indicatore di un’integrazione lasciata troppo spesso al caso. 

“E finché continueremo a chiederci come fermare la violenza senza chiederci perché cresce, finché risponderemo solo con controlli e sanzioni a problemi che nascono da identità fragili, solitudine e marginalità, continueremo a contare feriti e, soprattutto, a perdere i nostri ragazzi… E il nostro futuro!”.

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