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Metal detector a scuola, ma fuori si spara ancora: parla una dirigente di Napoli

Una dirigente scolastica di un istituto del quartiere di Ponticelli (Napoli) è stata tra le prime, due anni fa, a chiedere e ottenere l’introduzione di controlli con metal detector all’esterno della propria scuola. “Da me si fanno controlli random” – spiega al Corriere – “quest’anno ne abbiamo avuti quattro o cinque; ogni tanto, senza preavviso, vengono le forze dell’ordine con i cani antidroga e il metal detector portatile, controllano gli studenti prima di entrare”. Eppure, nonostante queste misure, la violenza non si ferma fuori dai cancelli. La morte di un giovane (ucciso da un proiettile volante mentre era al bar con i suoi amici) ha colpito duramente la comunità scolastica: “Non lo conoscevo – racconta la dirigente -, però molti miei studenti sì; lo descrivono come un ragazzo buono. Non aveva scelto un percorso di studi, lavoricchiava, faceva tardi la notte. Saremo presenti al funerale”.

Gli studenti sanno, ma non parlano

La vittima, secondo quanto emerso, si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato: una dinamica tragicamente ricorrente in questi contesti. La dirigente descrive una realtà che ha imparato a conoscere attraverso i racconti quotidiani dei suoi alunni: “Mi hanno descritto dinamiche allucinanti, un sistema criminale malato e molto capillare. Loro sanno chi possono incrociare e chi no, evitano gli sguardi perché a volte anche uno sguardo può coinvolgerti in situazioni scomode”. Un sapere istintivo, interiorizzato per sopravvivere, che i ragazzi acquisiscono molto prima di qualsiasi educazione civica. “Tutto il quartiere sa da giorni – aggiunge -, si vocifera della dinamica dell’omicidio, dei responsabili, però non si parla. C’è molta omertà”.

L’insufficienza delle istituzioni

La preside non usa mezzi termini nel denunciare l’insufficienza delle risposte istituzionali: “Non mi vanno bene le semplificazioni, tipo ‘la scuola deve fare la sua parte’. Non vanno bene misure solo repressive, perché questo significa non voler prendere consapevolezza che là fuori c’è un’emergenza criminale dai contorni molto preoccupanti”. Tra le lacune più evidenti, quella della videosorveglianza: “Non è possibile che non ci siano sistemi adeguati: le poche telecamere esistenti, i miei stessi alunni sanno dirmi dove sono e dove non ci sono. Qui si spara sempre, anche solo per sfidarsi”. Sulla stessa lunghezza d’onda il parroco della zona, che ha espresso un senso di «stanchezza profonda», chiedendo alle istituzioni, alle famiglie e ai giovani di «scegliere una strada diversa». “Non ci fermeremo – ha detto -, la nostra risposta non sarà il silenzio, ma un impegno ancora più coraggioso e capillare”.

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