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Concorso ordinario, the day after

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Il giorno dopo è il più duro.

Per fortuna non devo andare a scuola, ripenso a tutte le domande, a quel tempo che scorreva, alla penna tra le mani e a quando ho pensato di avercela fatta.

Icotea

Quattro anni, centosessanta ragazzi all’anno, tutti entrati nei miei quaderni, nei miei sogni, nel più piccolo dei gesti quotidiani: “questo potrei farlo vedere alla terza”. La Dad, quel restringimento di ogni cosa oltre uno schermo piatto: il mio cercarli con più forza.

Quest’anno: la mia classe di concorso, l’inarrivabile A19 in una città che amo, Livorno. A presiedere il dipartimento la mia professoressa di Storia, che mi ha iniziato allo studio di quella che è diventata più che una disciplina di insegnamento, il mio modo di leggere la vita, una fonte inesauribile di curiosità e di stimoli.

Era tutto lì, mentre scorrevo la schermata di un programma antiquato: di quelli che si usavano a metà degli anni Novanta per i quiz del patentino. E ho cercato di combattere anche quando ho letto una domanda sui “modi” per Spinoza, che ho spiegato l’altra settimana. Le quattro opzioni di risposta erano incomprensibili. Ho finito in quaranta minuti e sono tornata per il resto del tempo (un’ora) sulle domande più “difficili” (ma più ci ripenso più mi sembra corretto dire “insensate”). Spinoza era uno smacco: lo avevo spiegato pochi giorni prima ed è, per altro, uno dei miei filosofi preferiti. Non riuscivo a cogliere le sfumature tra le diverse opzioni, un abuso della parola “affezione” e di complicate subordinate che intricavano il discorso.

Ma gli smacchi non erano finiti. La pace di Brest Litovsk. Potrei sembrare pedante, in questo caso, ma questo concorso mi ha spogliato, tra le tante cose, anche di tanti imbarazzi. Insomma: ho un dottorato in Storia, ho una laurea magistrale in Storia, durante la quale ho fatto un corso di Storia dell’Europa Orientale specificatamente sulla storia della Russia. Insomma Brest-Litovsk: so di cosa si parla. “Cosa ha perso la Russia con la pace di Brest-Litovsk?”. Le opzioni sono tutte uguali. Cambia solo una parola, in tre risposte ci sono i paesi baltici, quindi quelle sono giuste: lo so. Ma in una la Polonia viene liberata e l’Ucraina è occupata dai nazisti, in un’altra è il contrario. Non posso farla bene. Nelle ultime tre settimane ho studiato ogni minuto, dal suono della campanella dell’ultim’ora, fino a che gli occhi non mi si chiudevano per la fatica. Per non parlare di questi altri due anni dove ho insegnato, approfondito, letto.

Ma gli smacchi continuano: “Che cos’è una conclusione logica”: non ricordo neanche le opzioni, simili tra di loro. E ancora una domanda chiedeva: “Se mangio i dolci ingrasso, non ho mangiato i dolci, quindi non ingrasso”, questa non la scorderò mai. Mi si spezza il cuore a ripensarci. Le opzioni erano la cosa peggiore. “Cosa si può dire di questa frase?”. Qui parafraso: “la frase non ha senso”, oppure “non possiamo concludere niente con certezza”, “probabilmente ho mangiato dolci, ma non si può sapere” E via dicendo. E’ così una colpa voler smettere di essere precari? Perché ci fate questo?

Ma andiamo avanti nel test. Indovinare citazioni di pezzi di testo, questo è stato, vedo, un must del concorso. Ma, di nuovo, le opzioni peggiorano le cose. Di fronte a un discorso politico (questo lo aveva Chiara, collega, amica, sorella), puoi scegliere tra Machiavelli, se opti per il 1500 ma se scegli il XIX e di adottare una prospettiva risorgimentale allora hai davanti a te uno sfacelo di opzioni simili, Mazzini, Cavour, etc.

Qual era il metro di questa selezione? Credo, un nucleo di risposte fattibili e un nutrito gruppo di domande “insensate”, alle quali, sui grandi numeri di questo concorso, qualcuno ha risposto bene. E il metro era anche quello della praticità: un concorso, in effetti, efficace. Il responsabile della sala informatica inserisce un codice e tu hai il tuo punteggio dritto in faccia. Fine.

La digitalizzazione disumanizzata. Il nozionismo portato allo stremo.

E in questo senso ho capito che da queste maglie non passerò mai.

Non ci passo, non ci sono passata da queste strettoie. E neanche Chiara, la mia collega, e neanche, credo, molti altri che come noi avevano esperienza e studio dalla loro parte e, mettiamocele tutte, anche una smisurata passione nello stare in mezzo a quei banchi a raccontare della vita.

“E’ andata così, passa oltre” me lo ripeto e continuo a ripetermelo, ma nulla riesce a mettere a tacere dentro di me un pensiero che resiste ad ogni autocensura. Cioè che la scuola in questi giorni abbia perso, un’altra volta, qualcosa di importante e che quei quiz siano stati un macigno dei tanti scagliati contro l’Istruzione. Solo che stavolta, ho sentito un dolore più vivo. Perché quel macigno a noi, che eravamo lì, più esposti, a tappare le crepe di tutto l’edificio, ci ha presi dritti in faccia.

Marta Giusti