Nel corso del convegno ANP, svoltosi nella giornata di martedì 13 ottobre a Roma, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha fatto un annuncio importante: “Dobbiamo andare verso una contrattazione separata, specifica per la scuola, rispetto al resto della funzione pubblica“.
In questo modo, secondo il Ministro, si potrebbe recuperare (e forse persino annullare il “gap” oggi esistente fra le retribuzioni nella scuola e quelle del restante pubblico impiego).
“Per valorizzare le retribuzioni del personale scolastico è necessario istituire uno specifico capitolo di spesa nel quale far confluire ogni anno risorse aggiuntive destinate esclusivamente al rinnovo dei contratti della scuola”. Così Giuseppe D’Aprile, Segretario generale della UIL Scuola, commentando positivamente la proposta.
“In vista della Legge di Bilancio – sottolinea D’Aprile – ribadiamo che per la scuola servono risorse aggiuntive e strutturali. Il personale scolastico, a parità di titolo di studio, è tra i meno retribuiti del pubblico impiego, con differenze che in alcuni casi superano i 300 euro al mese. Le risorse previste per il rinnovo del contratto 2025-2027 sono un punto di partenza, ma non bastano a recuperare il potere d’acquisto perso in questi anni”.
“Risorse specifiche per recuperare il gap retributivo con il resto del pubblico impiego, detassazione degli aumenti contrattuali e riduzione della fiscalità territoriale rappresentano un investimento strategico non solo per il personale della scuola ma anche per il Paese”, conclude il Segretario.
Dobbiamo ricordare che oggi i contratti pubblici sono regolati tutti da un’unica legge, il decreto legislativo n. 29 del 1993, superato poi nel 2001 dal TU n. 165. Ed è sostanzialmente da allora che nel pubblico impiego l’aumento complessivo del “monte stipendiale” non può superare una certa misura.
Con l’ultimo contratto (per la scuola è stato sottoscritto nel luglio scorso) la percentuale degli aumenti si è aggirata intorno al 6%, con piccole variazioni fra i diversi comparti. Ma è del tutto evidente il 6% per uno stipendio (lordo) di 30mila euro vale 1.800 euro, mentre per uno stipendio di 35mila ne vale 2.100.
Ed è proprio a causa di questo meccanismo che con il passare degli anni, anzi dei decenni, la distanza fra le retribuzioni del personale della scuola e quello degli altri dipendenti pubblici progressivamente aumentata.
L’unica soluzione per arrestare questo meccanismo (o addirittura per invertire la tendenza) sarebbe quella di prevedere che la scuola non debba sottostare alle stesse regole degli enti locali, dei ministeri o della sanità.
E, a quanto pare, si tratta proprio della idea che ha in mente il ministro Valditara che sembra così aver sposato anche le rivendicazioni di alcuni sindacati che da anni sostengono questa tesi (Gilda e Unicobas).
Quest’ultimo sindacato, per esempio, è contrario da sempre alla collocazione della scuola all’interno del pubblico impiego e già nel 1993, quando venne approvato il decreto 29, si oppose ad un meccanismo che, all’epoca, era accettato dall’intero fronte sindacale.