Forse i tempi di pubblicazione del decreto scuola approvato giovedì 24 settembre dal Governo si potrebbero allungare.
Il provvedimento, infatti, non è ancora arrivato al Quirinale anche per sul testo è ancora aperto il confronto politico (e, a quanto si dice, resta ancora aperta la “partita” delle coperture finanziarie.
Al centro delle polemiche ci sono soprattutto le nuove regole sulla presenza degli alunni con cittadinanza straniera nelle classi e le misure previste per favorire l’apprendimento della lingua italiana.
A sollevare uno degli allarmi più netti è stato il sindaco di Milano Giuseppe Sala: «La cosa che più mi preoccupa – ha spiegato – è il tetto percentuale».
Secondo il primo cittadino, in alcuni quartieri della città la presenza di figli di immigrati supera il 30% e questo potrebbe rendere necessario intervenire sulla composizione delle classi. «Temo che qualche classe, o addirittura scuola, dobbiamo chiuderla, non per nostra scelta», ha detto.
Una preoccupazione legata alla composizione demografica che viene condivisa, seppure da una prospettiva diversa, dal presidente dell’Anci e sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. Per Manfredi, quando si interviene su questioni così delicate occorre tenere conto delle differenze territoriali. In alcune aree del Paese, ha osservato, la presenza di comunità immigrate è consolidata da decenni e determina naturalmente una maggiore concentrazione di alunni stranieri nelle scuole. È il caso, ha ricordato, di alcune zone della Campania dove lavoratori stranieri sono impiegati soprattutto nel tessile e nell’agricoltura.
Non mancano le perplessità dei sindacati. Elvira Serafini, segretaria generale dello Snals, ha sottolineato che l’integrazione linguistica e culturale non può essere affidata esclusivamente a limiti numerici o disposizioni regolative. Servirebbero, secondo il sindacato, organici adeguati, mediatori culturali stabili, formazione specifica per gli insegnanti e risorse certe.
Sulla stessa linea la Cisl Scuola, che ha posto una domanda sulla finalità effettiva della nuova norma, mentre la Uil Scuola, con Giuseppe D’Aprile, ha evidenziato il rischio che deroghe e criteri non sufficientemente chiari possano produrre confusione e discriminazioni, aggiungendo nuove incombenze a carico delle scuole e del personale.
Più prudente il giudizio dei dirigenti scolastici dell’Anp. Il presidente Antonello Giannelli ha parlato di disposizioni ispirate al buon senso, indicando però nell’applicazione concreta il vero banco di prova del provvedimento.
A Roma, alla scuola Di Donato dell’istituto comprensivo Daniele Manin, il dibattito arriva direttamente tra i banchi e davanti ai cancelli. L’istituto, nel cuore dell’Esquilino, è conosciuto per il carattere fortemente multiculturale e per le attività dedicate al dialogo tra comunità diverse. Qui un gruppo di genitori ha rivolto un appello al presidente della Repubblica chiedendo di valutare il rinvio del decreto alle Camere e ai parlamentari di non convertire norme che, secondo loro, distinguerebbero gli alunni sulla base della cittadinanza e del loro percorso scolastico.
Nella lettera i genitori contestano soprattutto l’idea che il provvedimento possa misurare l’integrazione attraverso la cittadinanza. La loro obiezione è che un bambino con cittadinanza straniera, nato in Italia e perfettamente italofono, possa essere conteggiato nel tetto previsto dalla norma, mentre un bambino italiano che non conosce adeguatamente la lingua non sarebbe sottoposto allo stesso criterio. Una distinzione che, a loro giudizio, rischia di spostare l’attenzione dalla reale conoscenza dell’italiano al possesso del passaporto.
Come abbiamo già spiegato il decreto prevede l’obbligo di frequentare corsi di italiano in determinate condizioni, con sanzioni che possono arrivare fino a mille euro per chi non li frequenta.
Per Juana, madre peruviana che lavora nel settore delle pulizie, il corso non sarebbe un problema in sé. Il problema è l’obbligo e soprattutto la multa. Lavora fino a metà pomeriggio, poi deve occuparsi della figlia: un corso online, spiega, sarebbe più compatibile con la sua vita quotidiana. Anche Olga, arrivata dall’Ucraina dopo l’inizio della guerra, considera l’apprendimento dell’italiano importante, ma contesta l’idea di far ricadere sulle famiglie una responsabilità che può essere difficile da gestire. Sua figlia oggi parla perfettamente italiano, racconta, ma lei stessa, dopo quattro anni nel Paese, ammette di avere ancora difficoltà con la lingua.
Nel frattempo il decreto ha alimentato anche la mobilitazione degli studenti e di alcune organizzazioni sindacali. Il collettivo Osa ha definito il provvedimento «il decreto del razzismo», organizzando presidi e un flash mob davanti a Montecitorio. La Flc Cgil ha invitato le scuole a esporre striscioni dedicati all’inclusione. A Genova, davanti a una scuola elementare, era comparso uno striscione realizzato dai bambini con la scritta «Qui nessun* è straniero», poi rimosso da due agenti della Digos.
A complicare ulteriormente il dibattito è arrivata anche una nuova bozza relativa all’uso di burqa e niqab a scuola. Una versione circolata in giornata sembrava introdurre la possibilità di indossare tali capi per ragioni legate alle attività didattiche o formative. Il ministero dell’Istruzione ha però negato che vi siano state modifiche rispetto al testo approvato dal Consiglio dei ministri, precisando che la norma mantiene il divieto di qualsiasi forma di mascheramento del volto, con le previste eccezioni.