Le ferie estive sono agli sgoccioli e al ritorno per molti italiani a livello stipendiale ci sarà da penare. I sindacati giocano d’anticipo: sanno bene che il ritorno delle attività lavorative coinciderà con difficoltà non indifferenti per via dell’innalzamento dei costi. E chiedono di agire subito con la Legge di Bilancio di fine anno. Del resto, l’elevazione dei prezzi, dovuto alle varie guerre, Iran in testa, è tangibile e sembra non arrestarsi. Il carburante, per il quale servono ormai oltre due euro al litro, con la possibilità che arrivi a tre euro, è l’emblema del problema: con la benzina e il diesel a questi prezzi, sarà inevitabile l’aumento ulteriore di materie prime e generi alimentari. Per i dipendenti, a stipendio fisso, spesso inadeguato, la vita si farà dura. Quelli della scuola risultano tra i più esposti: del resto, gli insegnanti prendono a fine mese 400 euro al mese lordi in meno rispetto alla media dei lavoratori pubblici; per il personale Ata il ritardo è ancora maggiore. Per chi deve viaggiare ogni giorno, per raggiungere la scuola di servizio, si prospettano mesi difficili.
In un’intervista al “Quotidiano nazionale”, Daniela Fumarola, segretaria generale Cisl, ha detto che “la difesa del potere d’acquisto di lavoratori e pensionati è l’emergenza prioritaria. In concreto chiediamo: conferma e consolidamento della detassazione”.
Tra le varie proposte della sindacalista c’è quindi quella di “abbassare le tasse su salari e pensioni nelle fasce medie e popolari, recuperando risorse da rendite e superprofitti”.
Inoltre, ha aggiuntola leader della Cisl, “servono risorse certe per il rinnovo dei contratti pubblici, il rifinanziamento della legge sulla partecipazione e investimenti su sanità, non autosufficienza, natalità, tutela delle pensioni in essere e maggiore flessibilità in uscita. Poi c’è il capitolo del futuro: scuola, università e ricerca devono tornare al centro, garantendo opportunità vere a donne e giovani e un controllo serio su prezzi e tariffe che erodono le buste paga. Per fare tutto questo serve un confronto prima che le decisioni vengano blindate: è quanto ci aspettiamo dal Governo”.
Sul taglio dell’Irpef per il ceto medio, considerato una prioritá, Fumarola chiede “di portare l’aliquota al 32% per i redditi fino a 60mila euro. Parliamo di un ceto troppo spesso dimenticato, fatto di lavoratori e pensionati che sostengono la quota più rilevante del gettito tributario e subiscono un prelievo sproporzionato. Alleggerire il fisco su questi redditi è una questione di equità sociale, ma anche una leva economica fondamentale, così come sarebbe la detassazione delle tredicesime la piena rivalutazione delle pensioni: significa rimettere risorse reali nelle tasche delle famiglie e dare una spinta ai consumi e alla domanda interna”.
Sull’ipotesi di un contributo a carico delle grandi banche, Fumarola ha detto che “le banche italiane hanno realizzato utili record in questi anni, ed è giusto chiedere un contributo di solidarietà da cui ricavare parte delle risorse necessarie alla coesione. La Cisl lo afferma da tempo. Nessun intento punitivo, né tantomeno dirigista: si tratta di comprendere la necessità di una redistribuzione in un momento decisivo della storia nazionale. Una riallocazione resa ancora più necessaria dalla fine dell’esperienza del PNRR, che ci chiama a stringere un nuovo patto per il lavoro, gli investimenti, l’integrazione sociale e territoriale”.
Infine sul tema della previdenza, Fumarola sostiene che “l’adeguatezza delle pensioni e l’invecchiamento della popolazione non si affrontano con interventi episodici o a colpi di proroghe a fine anno. Servono scelte di prospettiva: maggiore inclusione e flessibilità soprattutto per giovani e donne, il riconoscimento del lavoro di cura e della gravosità delle mansioni. E bisogna rilanciare l’alleanza tra primo e secondo pilastro, rafforzando la previdenza complementare (nella scuola Espero n.d.r.) e i fondi negoziali”.
A livello di categoria ha fatto sentire a sua voce l’Anief, secondo cui gli stipendi di insegnanti e Ata “senza il ‘paracadute’ dei tre contratti consecutivi rinnovati nell’ultimo triennio sarebbero in caduta libera. Il gap rispetto ad altri Ministeri è diventato abissale, anche di 10 mila euro annui in meno come nel caso dei dipendenti delle Funzioni Centrali. È evidente che occorrono interventi straordinari per ridurre questo squilibrio”.
“Come sindacato – ha dichiarato Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – proponiamo di introdurre delle manovre che avrebbero l’effetto immediato di ridurre la distanza dei compensi e dare ossigeno ad una categoria sempre più in difficoltà economica, a partire da coloro che operano in regime di precariato e nei primi nove anni di ruolo, durante i quali lo stipendio rimane a lungo fermo. Già un incremento stipendiale di 150 euro, come indennità integrativa speciale, il recupero dell’anno 2013 ai fini della carriera, soppresso 15 anni fa per via di un accordo scellerato con gli altri sindacati, e una minore tassazione sarebbero importanti per rimpinguare i compensi della categoria”.
Su quest’ultimo punto, la tassazione dello stipendio, Anief chiede di passare da tre a sei aliquote, così da riuscire a tutelare anche gli stipendi di chi lavora a scuola. “Se compensi e aumenti sono assorbiti dalle tasse – continua il sindacalista autonomo – allora è evidente che dobbiamo cambiare le aliquote fiscali. Con degli accorgimenti, avremmo almeno il 2% di stipendio in più. Il nostro Ufficio studi ha calcolato guadagni netti rilevanti, fino a 3 mila euro l’anno”.
Secondo Pacifico, “è ora di finirla di iper-tassare i compensi medio-bassi: con l’adozione massima del 23% di tasse per redditi fino a 40 mila euro, rispetto al 33% attuale. Inoltre, si dovrebbe applicare il 15% di tassazione sul salario accessorio e sullo straordinario, infine solo del 5% su tutti gli aumenti contrattuali. Una riduzione simile l’avevo chiesta al Governo l’anno scorso, durante il confronto a Palazzo Chigi sulla legge di bilancio 2026: adesso, senza interventi sulle aliquote fiscali, la situazione sta diventando sempre più difficile”.
Dello stesso parere, senza però citare percentuale, si è detto Giuseppe D’Aprile, leader della Uil Scuola: “È necessario intervenire sulla detassazione, sia a livello nazionale che regionale e comunale. Per i redditi compresi tra i 20 e i 40 mila euro (che tra i docenti e gli Ata rappresentano quasi la totalità n.d.r.) infatti, il peso del fisco, in tanti casi, assorbe completamente gli incrementi contrattuali, riducendone gli effetti economici in busta paga”.
“Detassare gli aumenti contrattuali – ha ribadito D’Aprile – non può riguardare solo il settore privato. Deve valere anche per il pubblico impiego e, quindi, per la scuola. Gli aumenti ottenuti nei contratti rischiano infatti di perdere efficacia se una parte consistente viene assorbita dalla tassazione”.