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03.06.2026

Docente picchiato a Parma, la sorella di uno dei ragazzi a Meloni: mio fratello? Gli aveva fatto notare che non è giusto usare insulti

Il video dell’aggressione ai due professori fuori da un istituto superiore di Parma, avvenuta a fine maggio ha scatenato un putiferio. Si è parlato moltissimo del video virale che ha visto degli studenti picchiare un docente nel parco parmense, con relativa indignazione. Poi si è saputo che il docente non intende denunciare i fatti.

Poi è arrivata la notizia della denuncia della madre di uno dei ragazzi, che offre una versione dei fatti ben diversa da quella emersa dai video circolati sui social. In un secondo filmato, diffuso dall’avvocata di uno degli studenti, si mostra il docente che invita i ragazzi al parco. Il professore, però, ha negato tutto in una intervista a La Gazzetta di Parma.

La lettera a Meloni

A dire la sua, sempre alla Gazzetta di Parma, è stata anche la sorella di uno degli studenti indagati, che ha deciso di scrivere una lettera indirizzata alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Eccone alcuni stralci:

“Le scrivo come una ragazza nata e cresciuta in Italia. I miei genitori sono nati in Marocco, ma la mia vita è sempre stata qui. Sono nata qui, ho studiato qui, ho imparato a conoscere il mondo attraverso la lingua, la cultura e le persone di questo Paese. Le scrivo anche per tutti i ragazzi come me. Sono la sorella di uno dei ragazzi coinvolti nella vicenda avvenuta a Parma giovedì 21 maggio, diventata rapidamente un caso mediatico che ha trasformato una storia complessa in uno scontro aperto tra studenti e professori. Non voglio giustificare gli errori né sottrarmi alle responsabilità che ognuno deve assumersi. Vorrei però che, per un momento, qualcuno ascoltasse anche la voce di chi vive queste storie dall’interno, lontano dai riflettori dei giornali.

Tutto è iniziato quando mio fratello ha cercato di far notare a un professore che, anche se un suo compagno aveva compiuto un gesto sbagliato, non era giusto correggere quel comportamento attraverso insulti e umiliazioni. Mio fratello era convinto, e lo è ancora, che un ragazzo possa e debba essere richiamato quando sbaglia, ma che l’educazione non possa passare attraverso parole che feriscono la dignità di una persona. Non si può correggere un errore con un altro errore. Da quel momento la situazione si è aggravata fino a degenerare, e mio fratello ha sofferto profondamente per tutto ciò che ne è seguito.

Ho conosciuto gli altri ragazzi che, come lui, si sono trovati in una situazione più grande di loro. In loro ho visto tutti noi, giovani italiani con genitori immigrati. Vivendo le grandi città italiane, ho incontrato ragazzi nervosi, pieni di rabbia repressa. Ragazzi che portano sulle spalle un peso che nessuno vede.

Forse per il mio carattere, sono sempre stata calma, concentrata sui miei obiettivi. Ho tentato più volte di entrare a Medicina senza riuscirci, ma quel sogno non l’ho abbandonato. Ho perso mia nonna a causa di un tumore al fegato e, di recente, anche mia madre ha dovuto affrontare un tumore. È proprio da queste esperienze che è nata in me la forte motivazione di diventare medico, a qualunque costo, per dare un senso a ciò che ho vissuto e per aiutare gli altri. Per me è stato questo il motivo per cui ho cercato di andare avanti anche quando venivo insultata. Ho imparato a ignorare molte ferite e a guardare al futuro. Ma non tutti riescono a fare lo stesso.

Ci sono ragazzi che portano dentro di sé il peso di anni passati a sentirsi giudicati, guardati con pregiudizio o trattati diversamente soltanto perché figli di immigrati. Ragazzi che crescono con la sensazione di dover dimostrare continuamente di meritare rispetto, di meritare il proprio posto, di meritare di essere considerati italiani. Mio fratello rappresenta anche questo. Rappresenta quell’orgoglio che a volte spinge un passo troppo oltre; quell’orgoglio che può portare a sbagliare, pur avendo sempre cercato di difendere chi è più debole, chi viene emarginato, chi non ha voce.

Questi ragazzi a volte provocano, fanno rumore, danno fastidio. Alcuni reagiscono alla violenza con la violenza. Ma cercano, semplicemente, di essere visti. Si ritrovano insieme perché condividono la stessa domanda: chi siamo? Qual è il nostro posto? Come possiamo costruire un’immagine di noi stessi che sia forte e degna di rispetto? C’è chi sogna l’università e chi cerca la propria strada giorno dopo giorno. Eppure rimane un pensiero fisso: il bisogno di appartenenza, il desiderio di sentirsi parte di una comunità che li riconosca.

Per questo le scrivo. Non soltanto come sorella di un ragazzo coinvolto in una vicenda difficile, ma come voce di tanti giovani che stanno ancora cercando di capire il proprio posto nel mondo. Giovani che non chiedono compassione, ma ascolto. Che vogliono sentirsi parte dell’Italia non solo sulla carta, ma anche nel cuore di tutti.

Per me sarebbe un piccolo miracolo poterla incontrare e raccontarle queste cose guardandola negli occhi. Se potessi chiederle una cosa sola, le chiederei di aiutare a mettere fine a questa guerra mediatica e sociale. Perché dietro ogni conflitto ci sono ragazzi come mio fratello, madri come la mia, famiglie che sperano soltanto di poter vivere in pace”.

Gli studenti sono indagati

Violenza e minaccia aggravata dall’aver commesso il fatto nei confronti di insegnanti “all’uscita dalla scuola a causa dell’esercizio delle loro funzioni”: questo il reato, messo nero su bianco dalla Procura per i minori di Bologna, per cui i tre studenti sono indagati in concorso. Tutti nati in Italia: il 16enne (quasi 17enne), da famiglia marocchina, un 16enne, figlio di genitori moldavi, e un 15enne, i cui genitori sono di origine egiziana.

Un reato perseguibile d’ufficio perché ai danni di insegnanti, che sono pubblici ufficiali. Inoltre, ai tre viene contestata l’aggravante che riguarda i reati commessi con violenza e minaccia nei confronti del personale scolastico.

“Prima ci sono stati insulti razzisti e un calcio”

Secondo il racconto del 17enne, tutto è iniziato durante la pausa pranzo nel cortile della scuola. Un professore ha rimproverato uno degli studenti per aver lanciato una lattina contro un’auto, ma il rimprovero sarebbe ben presto degenerato in insulti, anche di natura razzista. Quando gli altri ragazzi sono rientrati in classe, il figlio è rimasto solo con il docente, che avrebbe continuato ad aggredirlo verbalmente. Il ragazzo avrebbe risposto con calma, facendo notare al professore che non stava dando il buon esempio. La risposta sarebbe stata un calcio al ginocchio, seguita dalla provocazione di aspettarli fuori nel pomeriggio. È in questo contesto che va letta, secondo la difesa, la sequenza mostrata dai video. L’avvocata di uno dei ragazzi ha annunciato che verrà richiesto l’intervento degli ispettori del Ministero: “È necessario fare chiarezza su quanto accaduto”.

Le richieste della famiglia

A ricostruire la vicenda punto per punto al Corriere è la madre, che non usa mezzi termini. “Siamo una famiglia ben integrata, non abbiamo mai avuto problemi con la giustizia. Mio figlio è un bravo ragazzo: va a scuola, fa sport, non delinque”. Dopo i fatti, racconta, il ragazzo è tornato a casa visibilmente scosso: “Non stava bene, ha anche vomitato. Lui soffre di disturbi alimentari, è seguito da una psicologa: è un ragazzo fragile”. La famiglia ha tentato di confrontarsi con la scuola prima di sporgere denuncia, ma invano: “Abbiamo mandato una mail al Dirigente, alle dieci non ci aveva ancora risposto. Il silenzio è proseguito fino a sera. Il sabato ci siamo presentati a scuola e ci hanno ricevuto per cinque minuti, senza darci spiegazioni”. Solo allora si sono recati al pronto soccorso – tre giorni di prognosi – e in Questura. “Da venerdì mio figlio non è più uscito di casa. La scuola dovrebbe essere la seconda casa dei nostri ragazzi: mi domando se possa essere questa la scuola che educa”.

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