Sono tantissimi gli insegnanti che desiderano lasciare la cattedra per andare in pensione già attorno ai 60 anni di età: nei giorni scorsi, la senatrice del M5s Vincenza Aloisio, ha sposato la richiesta del sindacato Anief per il “riconoscimento del burnout, quindi di una professione usurante e l’anticipo pensionistico a 60 anni” che alla luce dei dati crescenti di stress da lavoro correlato tra i lavoratori della scuola, insegnanti e personale Ata, “non possono essere rimandati sine die”. È la rivendicazione della parlamentare pentastellata ha ricevuto enorme sostegno tra i lavoratori della scuola, entusiasti per luna sua eventuale trasformazione in legge.
È in questo scenario che fa ancora più scalpore la rivendicazione di chi, invece, ha raggiunto l’età per lasciare il lavoro, ma farebbe di tutto per rimanervi e non andare in pensione: anche lavorare gratis. Come il professore Franco Manni, insegnante ddi Filosofia e Storia del liceo Leonardo di Brescia, che ha fatto di tutto per rimanere a scuola, malgrado la carta d’identità dicesse che è giunto il momento di lasciare.
In un’intervista a Il Giorno, il docente spiega, con amarezza, che l’Italia è l’unico tra i Paesi occidentali dove la pensione è un dovere e non un diritto.
Non convinto dalla norma, che non ammette deroghe – salvo il dipendente che deve raggiungere (comunque non oltre i 70 anni) i 20 anni di contributi minimi necessari per la pensione di vecchiaia, limitatamente al tempo necessario a integrarli – il professor Manni ha tentato la via del ricorso al Tribunale del lavoro: il giudice di Brescia, però, gli ha dato torto. Tra poche ore Franco Manni sarà un pensionato.
Al quotidiano milanese, ha detto di sentirsi “deluso perché il giudice a fine udienza aveva detto che la sentenza sarebbe stata sia giuridica, sia giusta. Invece non mi sembra giusta, perché la sostanza è che dobbiamo andare in pensione con una legge di 70 anni fa”.
A nulla sono serviti gli appelli di una cinquantina di suoi studenti, che lo avrebbero ancora voluto dall’altra parte della cattedra.
Il cronista gli fa notare che “molti temevano che questa sua iniziativa aprisse la strada all’aumento dell’età pensionabile”.
Manni ha replicato sostenendo che “a livello logico è il contrario. Se chi vuole potesse prolungare gli anni di lavoro, si ridurrebbe la pressione ad allungare l’età pensionabile, frutto dell’inverno demografico e dei pensionamenti dei baby boomer”.
Il prof, però, non si rassegna: “Intanto – fa sapere – ho fatto domanda in scuole private. Fosse capitato trent’anni fa sarei già stato chiamato, ma il prestigio di aver insegnato in rinomati licei pubblici non c’è più”.
E non è una questione di soldi. “Se avessi avuto la possibilità di parlare con i rettori – ha chiosato – avrei detto che possono pagarmi il meno possibile, anche pro bono”. Pur di continuare ad insegnare Filosofia e Storia, il professore sarebbe disposto a lavorare su base volontaria e totalmente gratuita. Altro che fuga dall’insegnamento, almeno per qualcuno.