Miscredente, promotrice dell’aborto, propagandista della teoria del gender. Sono solo alcuni degli appellativi che si è sentita rivolgere Graziella Priulla, docente e sociologa, nel corso degli incontri sull’educazione socioaffettiva e gli stereotipi di genere tenuti negli ultimi anni nelle scuole. Un’attività già complessa, che lo diventerà ancora di più con la stretta introdotta dal governo Meloni. Un emendamento al DDL sul consenso informato (ancora in fase di approvazione) estende il divieto di affrontare tematiche sessuali anche alle scuole secondarie di primo grado (era già previsto per la scuola dell’infanzia e primaria) e introduce il consenso informato dei genitori, appunto, nelle secondarie di secondo grado. Una scelta che Priulla ritiene “insensata prima ancora che sbagliata”.
“In tutta Europa si sta affermando una cultura sessuofoba, che punta a rimuovere il tema invece di affrontarlo”, spiega la docente La Tecnica della Scuola. “Un’educazione sessuale vera e propria, nella scuola italiana, non c’è mai stata. Quello che c’è è un’educazione scientifica, che vuol dire spiegare come funziona la meccanica del corpo, l’apparato cardiaco, quello respiratorio e anche quello riproduttivo”. Un approccio tecnico rivendicato dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, che per Priulla non può bastare. “Quando la docente di scienze arriva a quel punto spesso è a disagio, perché scattano le risatine, le toccatine di gomito, le battute. D’altra parte, a me, come sociologa, nel corso di alcuni incontri è stato chiesto di non usare le parole ‘sesso’ e ‘rapporto’, per non turbare i fanciulli”.
Le cose, prosegue Priulla, diventano ancora più difficili parlando degli stereotipi di genere. “Quando dico che per allattare un bambino ci vuole il seno di una donna, ma per cambiargli il pannolino ci vogliono le mani, e le mani ce l’hanno sia i maschi che le femmine, non violo chissà quale tabù, faccio semplicemente un’osservazione di buon senso“. Eppure anche questo viene demonizzato, sottolinea la sociologa, “perché dicono che voglia omosessualizzare i maschi”. Una visione “delirante”, che tuttavia trova molto credito. “A crederci sono molti genitori, che naturalmente non sempre hanno gli strumenti per interpretare le bufale. La cosa grave è che spesso ci cascano anche docenti ed educatori, che dovrebbero essere preparati a formare i ragazzi in una fase delicata della loro vita”.
Basti pensare alla “teoria del gender”, nata in Francia negli anni scorsi e dilagata poi in tutta Europa. “Nessuno sa cosa sia esattamente questo gender. Lo stesso uso di questa parola straniera è strumentale, serve a spaventare di più, come se fosse un virus che arriva da chissà dove”, nota la sociologa. “Il messaggio che si vuole fare passare è che un incontro a scuola possa modificare la sessualità di uno studente. È tutto inventato, è tutto folle”. Ci sarebbe quasi da sorridere, prosegue Priulla, se talvolta non si sfociasse in atteggiamenti censori. “A me è capitato di essere additata come corruttrice della gioventù. Come avvenne una volta a Reggio Calabria, quando venni fischiata da alcune famiglie che vennero a contestarmi con i bambini, le femmine con un palloncino rosa e i maschi con un palloncino blu”.
Come detto, non si tratta dell’unico episodio di questo tipo accaduto alla docente. “In un’altra occasione mi trovavo sulla Costa Adriatica, a parlare di diritto di famiglia in una classe. Ho iniziato dalla legge contro la violazione dell’onore collettivo, poi ho proseguito con il divorzio e l’aborto. Apriti cielo”. A inalberarsi, in questo caso, non furono i genitori ma alcuni docenti. “Come sempre parlavo con la porta aperta. Un’insegnante, passando nel corridoio, sentì la parola aborto e cominciò a urlare, dicendo che io insegnavo alle bambine come abortire”. Una conclusione “assolutamente folle”, ribadisce Priulla. “Era semplicemente una specie di lezione civica sugli ultimi trent’anni del secolo scorso. Ma è bastato a sollevare un polverone, che naturalmente punta a limitare questo tipo di incontri nelle scuole”.
L’ultimo episodio, apparentemente il meno grave, rivela in realtà un aspetto inquietante. “L’altro giorno ero in una scuola di Catania”, ricorda Priulla. “Parlavo di un argomento non sessualizzabile, ovvero il maggior tasso di disoccupazione delle donne rispetto agli uomini, leggendo i dati delle tabelle ISAP. A un certo punto, da parte di uno studente, è arrivata una contestazione“. Niente di straordinario, precisa la docente, se nonché la critica era del tutto assurda. “Mi ha detto che le mie erano tutte stupidaggini, per il semplice fatto che sua madre lavora. Evidentemente qui siamo di fronte a una forma di analfabetismo funzionale che impedisce di leggere anche una semplice tabella. Figuriamoci se questi giovani possono essere lasciati soli di fronte a un tema complesso come l’affettività e il sesso“.