Quella del docente di sostegno è una professione di prezioso supporto agli alunni con disabilità, oltre che di concreto aiuto al contesto-classe e all’insegnante curricolare: va svolto in contesti didattici diversificati e da riformulare quindi ad ogni cambio di insegnante curricolare. Eppure, agli occhi dell’opinione pubblica questa complessità non sembra essere compresa. Nemmeno da persone di cultura. È in questo contesto che si colloca il commento del conduttore Gerry Scotti sull’insegnamento del sostegno che in molti hanno interpretato come riduttivo contro la categoria: durante la presentazione di una concorrente della Ruota della Fortuna, commentando ruolo del sostegno nella scuola, Scotti ha detto: “Chi vuole fare il vostro lavoro deve accettare quello che passa il convento”. La battuta ha scatenato forti reazioni da parte di diversi personaggi pubblici e addetti ai lavori.
Per avere un parere sul tema, “La Tecnica della Scuola” ha incontrato Sandra Fornai, dirigente scolastica, responsabile di un istituto comprensivo toscano.
Preside, cosa ha provato quando ha sentito quella battuta di Jerry Scotti verso i docenti di sostegno?
Di impatto, mi ha colpito la frase “chi accompagna i ragazzo meno fortunati” – aggiungendo è un po’ la mamma, il fratello, il papà – definendo il docente di sostegno con un ruolo di tipo assistenziale-affettivo. Il docente di sostegno, quando è specializzato, possiede titoli universitari. Non vuole bene, ma progetta l’apprendimento. Certo, non possiamo pretendere da un conduttore televisivo una piena conoscenza del nostro sistema scolastico, ma queste frasi purtroppo riflettono un retaggio culturale italiano duro a morire
Ma perché nell’immaginario popolare, anche tra le persone laureate, permane una visione così riduttiva dei docenti di sostegno?
Jerry Scotti ha saputo che la concorrente aspirava ad insegnare italiano pronuncia la frase “accetti ciò che passa il convento”. La frase definisce purtroppo come spesso per parecchi docenti l’insegnamento di sostegno è una pratica temporanea prima di passare ad altro. Domina ancora, perfino tra i docenti, una sorta di gerarchia dei saperi di cui i docenti delle discipline sono i detentori, mentre il docente di sostegno lavora su contenuti per così dire, semplificati. Si sceglie questo insegnamento come canale di ingresso per entrare in ruolo più velocemente e poi passare ad altro. Facile immaginare la ricaduta in termini di continuità didattica ma, come in questo caso, nello svilimento della figura del docente di sostegno.
Ma i docenti di sostegno sono sempre all’altezza della situazione?
Nella mia ormai lunga esperienza di scuola incontro ogni giorno docenti professionalmente molto preparati. È pur vero che c’è un disallineamento tra università e scuola in termini di domanda-offerta. Non si investe in maniera cospicua nei TFA ed ancora numerosi sono i docenti in cattedra di sostegno non dotati del titolo occorrente. Siamo ancora a circa ad un 27 per cento di docenti di sostegno senza titolo di specializzazione. Anche nelle mie scuole, ho architetti o commercialisti che si prestano come docenti di sostegno.
Come se ne esce?
Questa è davvero una bella domanda. L’Italia in materia di inclusione ha uno dei modelli più avanzati, che crea però, come abbiamo visto anche in questo caso, fraintendimenti culturali non da poco. I modi per uscirne a mio parere sono due: maggiori investimenti nella formazione sia dei docenti di sostegno sia curriculari, per arrivare ad un modello di tipo scandinavo di co-teaching sistematico. In una classe ci sono due o tre docenti senza distinguere “chi segue chi”: tutti sono formati anche sulla disabilità e bisogni educativi speciali. Pertanto sparisce l’atteggiamento del docente curricolare che non sapendo cosa fare “delega” gli alunni speciali al docente di sostegno. E questo vale per tutti i corsi di studio, licei compresi. Quindi, la linea non può essere che una: formazione obbligatoria per tutti i docenti anche sulle modalità di didattica speciale. Ecco, così potremmo uscirne.