Può l’educazione civica ignorare il pensiero di Mohāndās K. Gāndhī? “Un faro di luce”: così J. Nehru, primo capo del governo dell’India indipendente, definì il mahatma Gāndhī nel giorno del suo assassinio, il 30 gennaio 1948. «Quella luce», spiegò Nehru, «rappresentava qualcosa di più dell’immediato presente; rappresentava il Vivente, le Verità eterne, ricordandoci la retta Via, attirandoci dall’errore, portando questo antico paese alla libertà».
Spesso i giovani si sentono al buio. «Occhio per occhio e il mondo diventa cieco», diceva il mahatma. L’egoismo, la chiusura al prossimo che tutti viviamo; il consumismo, la pubblicità martellante; l’indifferenza reciproca; la politica come strumento degli arrampicatori sociali; la catastrofe climatica imminente; la guerra tornata in auge, fino a render possibile lo sterminio nucleare.
Buio. Più che Dio, è l’Uomo a parere inesistente, con quei valori umani eterni e imprescindibili, per riconoscere i quali basterebbe voler trattare gli altri come ognuno di noi vorrebbe esser trattato.
Gāndhī è una via d’uscita, una possibilità di riscatto molto concreta; come concreta era la sua strategia di lotta contro ogni ingiustizia: la disobbedienza civile, la resistenza nonviolenta al male, per far da specchio ai malvagi, onde permetter loro di riconoscere in se stessi la loro disumana iniquità. Il suo esempio — come quello di Gesù Cristo — ha cambiato la Storia e, poco a poco, cambia il mondo.
Per questo qualche governante emana “norme anti-Gāndhī” nel 2025: la nonviolenza, se coraggiosa e coerente, può vincere contro qualunque despota. Trattare i nonviolenti come criminali addolora e spaventa; ma alla lunga dimostra chi è il criminale vero. Vincente (e contagiosa) è solo la nonviolenza: lo hanno dimostrato Martin Luther King Jr., Nelson Mandela, Aung San Suu Kyi, Abdul Ghaffar Khan, gli italiani Aldo Capitini, Danilo Dolci, Pietro Pinna, Guido Calogero e moltissimi altri.
Ne sa qualcosa l’ex Impero Britannico, che mai avrebbe creduto di dover tremare di fronte a colui che Winston Churchill definì “fachiro seminudo” e “fanatico sovversivo e maligno”. Prima in Sudafrica, poi in India, lo Stato britannico arrestò Gāndhī varie volte, per un totale di almeno un decennio di carcere. Laureatosi avvocato in Inghilterra, Gāndhī conosceva bene i propri diritti. La sua colpa? Contestare razzismo e colonialismo, proprio in nome di quei diritti, che gli inglesi tutelavano in patria per poi violarli nelle colonie. Gāndhī dimostrò che la presunta civiltà dei dominatori era in realtà la violenza brutale degli schiavisti.
Il pensiero di Gāndhī va studiato e spiegato nella Scuola anche per la sua originalità e attualità, che porta a riflettere sul rapporto tra individuo, società civile e Stato. Secondo Gāndhī occorre salvaguardare il modello di vita dei villaggi contadini indiani: paritari, democratici, liberi da centralizzati e burocratici autoritarismi. Nel villaggio non devono agire partiti su modello occidentale, perché fondati sul tornaconto personale, sullo sfruttamento del potere, sulla burocrazia.
Gli inglesi portavano in patria il cotone indiano, per poi rivenderlo agli indiani sotto forma di costosi capi d’abbigliamento. Gāndhī diede il via al boicottaggio dell’industria tessile inglese, imparando a tessersi da sé i propri vestiti col cotone, e invitando i compatrioti a imitarlo. Oggi la ruota da telaio indiano è nella bandiera dell’India: il mahatma ne aveva fatto il simbolo della sfida nonviolenta all’imperialismo.
Il cotone lavorato con le proprie mani ben rappresentava la democrazia dal basso: quella che, come Gāndhī, avevano sognato pensatori libertari quali Lev N. Tolstòj, Pëtr A. Kropotkin, Henry D. Thoreau e Camillo Berneri. L’arcolaio è l’autonomia delle masse: conferisce dignità nei momenti d’inattività lavorativa o politica, rendendo autosufficienti i villaggi, base della vita comunitaria indiana. Perciò Gāndhī, dal 22 settembre 1921 (a 52 anni), vestì, come i contadini più poveri, l’abito tradizionale in cotone.
Secondo il mahatma va evitato che scienza e tecnologia divengano fine a se stesse in uno Stato centralizzato. Bisogna invece creare la partecipazione diretta delle masse, senza contrapporsi allo Stato; il quale deve sì coordinare ed integrare, ma con un ruolo decisamente ridotto rispetto allo Stato imperialista europeo. Centrale è la comunità di villaggio: il consiglio del villaggio è eletto da tutti gli abitanti, con potere legislativo, esecutivo e giudiziario. Tra villaggio e Stato devono mediare le associazioni volontarie, prive tuttavia di potere gerarchico e coercitivo.
Tutto deve basarsi sulla comune volontà di partecipazione pacifica e solidale, alimentata dal dono della propria vita agli altri, intesi come fratelli e sorelle. Chi sia disposto a dare la vita per la giustizia, supererà la paura della morte, e sarà capace di lottare fino alla morte stessa, senza mai esercitare violenza e senza sporcarsi del sangue altrui, ma donando il proprio sangue per gli altri, se necessario.
L’indipendenza collettiva si può raggiungere solo quando l’individuo si emancipi attraverso l’autodisciplina. «Quando ciascuno di noi avrà imparato a governare se stesso, raggiungeremo l’indipendenza». Si governa se stessi solo superando la paura della morte.
Gāndhī sapeva che prima o poi lo avrebbero potuto uccidere. A farlo fu infatti la mano di un fanatico induista, che lo odiava e lo considerava traditore per aver difeso i musulmani dalle violenze degli altri induisti. Così Gāndhī morì di quella che chiamava “bella morte”: per mano di un fratello, senza per questo odiarlo né averne paura, ma sospirando il nome di Dio.