Il greenwashing impazza, come un carnevale le cui maschere non permettano di riconoscere i volti. Eppure, sempre più mascherate di verde, le banche investono migliaia di miliardi in petrolio, carbone e gas. La crisi climatica è lì davanti a noi, pronta a inghiottirci. I giovani in buona parte lo sanno, e ci chiedono cosa stia facendo il mondo degli adulti. Possiamo mentir loro, quasi la cosa non ci riguardasse? Possiamo indorar loro la pillola, facendo credere che politica e finanza mondiale stiano andando verso la risoluzione del grave pericolo che ci minaccia? Evidentemente no.
La Scuola ha un’importanza strategica per preparare le generazioni che presto affronteranno il futuro. Ma il futuro è nero come una notte senza luna. Devono saperlo i docenti, e dovrebbero preoccuparsi di conoscer la verità, più che mirare agli attestati dei corsi di formazione (non di rado gestiti da multinazionali del fossile).
Nulla si fa per l’adattamento al surriscaldamento globale. In Italia, ad esempio, si pensa al ponte sullo Stretto: ma chi parla della necessità di ricostruire gli acquedotti (tra le “grandi opere” la più necessaria, visto che metà dell’acqua potabile si disperde tra le falle della nostra vetusta rete idrica)? Nulla di nulla, soprattutto, si fa per mitigare il surriscaldamento climatico, riducendo i combustibili fossili come previsto dagli accordi di Parigi e da tutti quelli seguenti. Anzi.
Secondo la rivista Valori.it (testata online della Fondazione Finanza Etica) si investe sui combustibili fossili più del doppio dei miliardi stanziati per le fonti sostenibili di energia. Il dato riguarda per gli anni 2021-2024 le 65 più potenti banche al mondo, e risulta dallo studio Banking on Business As Usual: The Energy Finance Imbalance, della ONG Reclaim Finance, la quale fornisce dati e ricerche alle istituzioni finanziarie. Ebbene, solo 1.368 miliardi di dollari sono stati spesi per le energie rinnovabili; 3.285 miliardi, invece, per carbone, gas e petrolio. In pratica, ogni dollaro dato ai fossili è “bilanciato” (?) da 0,42 dollari per le rinnovabili. Piuttosto, le grandi banche mondiali dovrebbero spendere 6 dollari sulle rinnovabili e 1 sui fossili entro il 2030: lo chiede l’Agenzia internazionale per l’energia (IEA, organizzazione intergovernativa esistente dal 1974, che riunisce 29 Paesi, tra cui l’Italia).
Lo squilibrio è dimostrato anche dall’ottavo report annuale Banking on Climate Chaos, dello scorso maggio, che dimostra una realtà inequivocabile: dal 2016 al 2023 le 60 maggiori banche del pianeta hanno investito sul fossile 6.900 miliardi di dollari. Per avere un termine di confronto, si pensi che il PIL italiano, secondo le previsioni del FMI per il 2025, ammonterà a quasi 2.460 miliardi (ottavo del pianeta per grandezza): un misero 35% della cifra investita dalle banche nel fossile!
Investimenti così massicci, ovviamente, vanno a progetti di durata pluridecennale varati per restare, e dicono tutto sulle reali intenzioni del capitale relativamente alla crisi climatica: continuare tutto come sempre, quasi nulla stesse accadendo. Persino Bloomberg New Energy Finance (BNEF) si chiede come poter mai raggiungere, con questa politica finanziaria, l’obiettivo di azzerare le emissioni nette entro il 2050.
Obiettivo desiderabile: ridurre almeno del 60% questi finanziamenti entro il 2030. Più lontane da ciò sono le banche statunitensi e canadesi. Lievemente più virtuose le europee e le cinesi: mai come dovrebbero, però. E le maggiori banche italiane contribuiscono agli investimenti sul fossile.
I più interessati al fossile sono — secondo Banking on Climate Chaos — i colossi mondiali della finanza: JP Morgan Chase, Citigroup, Bank of America, Mitsubishi UFJ Financial, Wells Fargo, Mizuho Financial, Royal Bank of Canada, Barclays, SMBC Group, UBS, BNP Paribas (prima banca europea). Ignorati del tutto gli obiettivi della decarbonizzazione, che la comunità scientifica indica e che gli stati hanno concordato (ufficialmente) a livello globale.
Le banche italiane seguono il trend a distanza, ma solo perché più piccole. Unicredit e Intesa Sanpaolo guidano gli investimenti italiani sul fossile, anche se la prima (con Banque Postale e Crédit Mutuel) non investirà più sul carbone, mentre la seconda non finanzierà più il fossile in Amazzonia.
Per non giocarsi del tutto la propria rispettabilità, il grande capitale internazionale ha (quasi) dismesso i panni del negazionismo climatico — a parte qualche ben noto caso clinico (o furbesco), come Trump e Putin — per vestire quelli più rispettabili dell’ambientalismo di facciata, del green sheen (“abbaglio verde”), dell’ecologismo finto per abbindolare i creduloni. Per difendersene, occorre saper leggere i dati, conoscere la storia, la geografia e le scienze, saper scegliere le fonti: insomma, saper ascoltare, parlare, leggere, scrivere, far di conto. Abilità che si conseguono in una Scuola funzionante, sapientemente costruita e finanziata, in cui gli stessi docenti siano liberi di esercitare il proprio pensiero critico, liberi di studiare la propria disciplina — qualsiasi disciplina, anziché lasciarsi indottrinare in corsi di presunta “formazione” — e liberi di insegnarla in scienza e coscienza ed in stretta correlazione con la realtà fattuale: una Scuola, insomma, simile a quella italiana precedente le controriforme degli ultimi 30 anni.
Infatti, o la cultura è legata alla realtà concreta in cui vive, o non è cultura, ma sterile elenco di nozioni (o illusione di “competenze” vuote di contenuti). I giovanissimi provano interesse per la cultura se ne capiscono il potenziale di liberazione che essa porta con sé: liberazione dall’ignoranza che rende possibili illusione e inganno.