Francesco Profumo, oggi presidente della Fondazione Reggio Children ma prima rettore del Politecnico di Torino, Ministro dell’istruzione nel governo Monti, presidente della Fondazione Compagnia di San Paolo e di moltissime altre istituzioni culturali, ha scritto un editoriale di altissima levatura pubblicato oggi sul Corriere della Sera. Un editoriale nel quale, a partire dalla visita della Principessa del Galles a Reggio Emilia, identifica con chiarezza che cosa significa dire che l’educazione è una delle grandi questioni politiche del nostro tempo. E intende politica non come amministrazione ma capacità di “costruire le condizioni della convivenza civile”.
In un’epoca di guerra e divisioni, scrive, “l’educazione rappresenta uno dei pochi strumenti capaci di generare coesione”. E continua: oggi dobbiamo avere il “coraggio di affermare una tesi apparentemente semplice, ma profondamente radicale: educare è un atto politico, non violento, di pace. L’educazione è un atto politico perché forma persone capaci di convivere nella complessità, accogliendo come ricchezza la differenza, senza trasformarla in conflitto. Perché insegna il dialogo, invece della sopraffazione a cui assistiamo nei massimi sistemi. Perché costruisce cittadini e cittadine, e non semplicemente individui in competizione”.
Viviamo in una società in cui “la comunicazione politica e sociale si è progressivamente spostata verso registri emotivi e conflittuali. Anche i giovani crescono immersi in un ecosistema che spinge verso la semplificazione, la polarizzazione, l’immediatezza e la performance continua.
Dentro questo scenario, la scuola rischia di essere percepita soltanto come luogo di valutazione, selezione e preparazione tecnica al lavoro. Ma se la riduciamo a questo, perdiamo la sua funzione più importante. Oltre l’immediato Quando un docente valorizza la parola di uno studente fragile costruisce non solo il sapere, ma il modo con cui una società impara a stare insieme
La scuola è una delle ultime grandi infrastrutture democratiche delle nostre società. È il luogo in cui una comunità decide che il futuro non può essere lasciato al caso né alle disuguaglianze di partenza. Ogni giorno, nelle scuole, si compie un lavoro silenzioso ma decisivo: si impara ad ascoltare, a collaborare, a rispettare, a discutere senza distruggere, a convivere tra differenze. Sono gesti apparentemente ordinari. In realtà sono gli anticorpi democratici di una società”.
Davvero l’editoriale di Profumo è una stupenda boccata d’aria fresca.
“Un dirigente scolastico – scrive – non è soltanto un amministratore efficiente. È un costruttore di comunità. È la persona che deve creare le condizioni affinché una scuola diventi un luogo di fiducia, di crescita reciproca, di innovazione umana prima ancora che tecnologica. Allo stesso modo, ogni volta che un docente valorizza la parola di uno studente fragile, che sceglie di accompagnare, di includere, di costruire fiducia, costruisce non soltanto il sapere, ma il modo con cui una società impara a stare insieme. Ed è per questo che dirigenti e insegnanti sono oggi, forse più che in passato, figure decisive per la qualità democratica delle nostre comunità”.
Le parole dell’ex ministro Profumo sono parole di saggezza e apertura di un orizzonte ampio. Ci invitano a guardare al senso vero della scuola e dell’atto di educare come assunzione della cura come atto politico, democratico, di pace, nonviolento.
Parole quanto mai necessarie in un contesto nel quale, anche nelle scuole, sembra regnare un clima di sempre maggiore contrapposizione e scontro fatto di slogan più o meno ideologici che non si curano per nulla della realtà fattuale delle relazioni educative quotidiane.
Ecco allora che la chiusura della riflessione di Profumo ha un che di profetico. E disegna nel contempo la missione di chi vuole essere pienamente educatore: “nel tempo delle macchine intelligenti, la vera sfida sarà restare umani. E l’educazione resterà il più potente atto politico non violento che una società possa compiere”.