A 25 anni dalla settimana che sconvolse Genova, dal 19 al 22 luglio 2001, tornano alla memoria le giornate del vertice G8 passate alla storia per gli scontri di piazza, la morte del giovane manifestante Carlo Giuliani e l’irruzione della polizia nella scuola Diaz-Pertini. Tra i trentini che parteciparono alle proteste c’è anche un’insegnante, allora quarantacinquenne, che era in città con un gruppo pacifista. Ad accompagnare il suo racconto anche la testimonianza di un altro trentino, allora attivo in un centro sociale del capoluogo, che partecipò alle mobilitazioni.
L’insegnante ricorda con precisione il 20 luglio, come riporta la sua intervista al Corriere, giornata delle piazze tematiche: il suo gruppo si trovava riunito per il commercio equo e solidale quando, mentre in città comparivano i primi vandalismi dei black bloc, la polizia in tenuta antisommossa si schierò davanti ai manifestanti. Racconta: “Ci si è parata davanti la polizia in tenuta antisommossa, noi eravamo un gruppo di 30 donne con le mani alzate”. Da quel momento, riferisce, la situazione precipitò rapidamente: “Avevo vicino due suore. Ci hanno caricato e sono volati lacrimogeni, manganellate e insulti terribili, botte direttamente sul corpo. Ricordo ragazze con ferite gravi che non volevano andare in ospedale, per paura che le avrebbero prese anche lì”.
Le conseguenze di quei giorni, racconta l’insegnante, sono andate ben oltre gli scontri fisici: negli anni successivi la memoria di Genova è rimasta viva anche nel corpo, tanto da provare tensione ogni volta che si trovava davanti a un controllo delle forze dell’ordine. Solo il confronto, nel tempo, con agenti che condannavano quanto accaduto l’ha aiutata a elaborare quell’esperienza.
Anche altri trentini presenti a Genova in quei giorni hanno condiviso i propri ricordi. Tra questi, un ex attivista di un centro sociale trentino ha raccontato il clima di militarizzazione della città e le conseguenze dell’irruzione della polizia nella scuola Diaz, da cui uscirono decine di feriti. Ha inoltre riferito che, dopo la morte di Giuliani, la partecipazione dei trentini alle mobilitazioni successive crebbe ulteriormente, segno di un impegno che non si esaurì con la fine del vertice.