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18.08.2026

Giovani che non studiano e non lavorano (i “Neet”): un record. quasi tutto, italiano

In Italia diminuisce la quota di giovani che non lavorano, non studiano e non seguono percorsi di formazione, ma il fenomeno resta tra i più rilevanti in Europa. Nel 2025 i Neet tra i 15 e i 29 anni erano il 13,3% dei giovani italiani, contro una media dell’Unione europea dell’11%. Un dato in calo rispetto all’anno precedente, ma ancora sufficiente a collocare l’Italia al quarto posto nella classifica europea, alle spalle di Romania (19,2%), Bulgaria (13,8%) e Grecia (13,6%).

È quanto emerge dall’analisi dell’Osservatorio sulla povertà educativa #Conibambini, realizzato dall’impresa sociale Con i Bambini in collaborazione con la Fondazione Openpolis. All’estremo opposto si trovano i Paesi Bassi, con appena il 5,3% di Neet, seguiti da Svezia (5,9%) e Slovenia (7,6%).

Dietro ai numeri si nascondono fattori sociali ed educativi decisivi. Il livello di istruzione, innanzitutto, incide fortemente sulla probabilità di diventare Neet. Nel 2025, in Europa, la quota di giovani con al massimo la licenza media che non studiavano e non lavoravano era del 12,8%. La percentuale scendeva all’11% tra chi aveva completato la scuola secondaria superiore e all’8% tra i laureati. Più alto è dunque il livello di istruzione, minore tende a essere il rischio di rimanere esclusi sia dal percorso formativo sia dal mercato del lavoro.

Anche il luogo in cui si vive fa la differenza, sebbene con caratteristiche diverse da Paese a Paese. A livello europeo i Neet sono più numerosi nelle aree rurali, dove nel 2025 rappresentavano il 12,2% dei giovani, contro l’11% delle periferie e delle città di medie dimensioni e il 10,3% delle grandi città. In Italia, però, la situazione si ribalta: la percentuale più elevata si registra proprio nei centri urbani più grandi, con il 14,2%, seguiti dalle zone rurali (12,9%) e dalle aree periferiche (12,8%).

Le differenze diventano ancora più marcate guardando alle singole città. Secondo i dati del censimento 2021, tra i capoluoghi di città metropolitana la quota più alta di giovani Neet si registra a Catania, dove raggiunge il 35,4%. Seguono Palermo con il 32,4% e Napoli con il 29,7%. Roma e Milano si collocano intorno al 20%, mentre Genova, Firenze e Bologna restano sotto il 18%.

Ma anche all’interno delle stesse città il fenomeno non è uniforme. A Catania, per esempio, la percentuale supera il 40% nel primo e nel sesto Municipio, mentre nel terzo scende al 22%. Ancora più evidente è il caso di Bologna: a fronte di una media cittadina del 17,3%, si passa dall’11,3% di Siepelunga e dal 10,9% della Dozza fino al 5,6% di Scandellara. In altre aree, invece, la situazione è molto più critica: nell’Ex Mercato Ortofrutticolo la quota arriva al 47,2%, al Caab al 39,8% e al Pilastro al 29,6%.

Questi divari territoriali sono strettamente collegati alle disuguaglianze educative. Nei quartieri dove è maggiore il numero di ragazzi che abbandonano precocemente la scuola, tende infatti a essere più alta anche la presenza di Neet. Al contrario, le aree con meno abbandoni scolastici coincidono generalmente con quelle in cui il fenomeno è meno diffuso.

Il quadro restituito dall’Osservatorio mostra quindi che la condizione dei Neet non può essere letta soltanto come un problema occupazionale. I dati raccontano una questione più ampia, legata alle opportunità educative, alle condizioni sociali e al territorio. Ridurre il numero di giovani fuori da scuola, formazione e lavoro significa intervenire prima che le disuguaglianze si consolidino, rafforzando i percorsi scolastici e sostenendo soprattutto i ragazzi che vivono nelle aree più fragili.

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