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03.10.2026

Cari docenti, l’intelligenza artificiale vi accompagna ma non vi sostituirà mai: è un elfo domestico che può sbagliare – VIDEO intervista al prof Benassi

Durante la Conferenza programmatica della Cisl Scuola svolta a Roma, ‘La Tecnica della Scuola’ ha incontrato Gabriele Benassi, docente di italiano e latino al liceo Galvani di Bologna ed esperto di AI: l’insegnante è stato protagonista di un intervento incentrato sull’intelligenza artificiale e sul rapporto non sempre sereno che molti insegnanti hanno con lo strumento dalle potenzialità dirompenti.

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Uno strumento non infallibile

“Essendo uno strumento probabilistico, significa che probabilmente può sbagliare – spiega lo studioso –, quindi occorre in qualche modo vigilare su sue iniziative private. A scuola deve essere usata, nei modi e nelle modalità più consone all’età, personalizzando sempre di più anche la didattica, in riferimento però a delle finalità pedagogiche ben specifiche. Agli studenti diamo la possibilità di usare chatbot e anche degli strumenti adattivi, che permettano di accompagnarli nei processi di logica o di risoluzione di problemi o di comprensione di testi”.

Secondo il prof emiliano “è importante che il docente da questo punto di vista sia formato, sia sui contenuti che sulle strategie metodologiche e pedagogiche che possono essere valorizzate da un uso intelligente di questi strumenti”.

“Sempre coscienti che si tratta di utilizzarlo come strumento operativo di accompagnamento, non di sostituzione. Certo, siamo di fronte ad una trasformazione epocale e non possiamo ignorarla. Come scuola, diventa prioritario educare le nuove generazioni. Cosa è l’intelligenza artificiale? Come si deve usare? Sicuramente in modo che non sia frainteso il livello di interlocuzione di alterità. Quello è un rischio fortissimo, anche di delega psicologica all’intelligenza artificiale, che chiaramente può venire a riempire dei vuoti come già ha fatto il digitale”.

“Uno dei migliori antidoti a un cattivo uso dell’intelligenza artificiale – conclude Benassi – è mettere nella didattica più corpo, più voce, più oralità, cioè andare a introdurre noi come docenti, quella dimensione autentica, esperienziale che l’intelligenza artificiale non potrà mai dare”,

L’intervista completa

Professore Benassi, a cosa devono stare attenti i docenti per utilizzare al meglio l’intelligenza artificiale?
Innanzitutto conoscerla, quindi conoscere come funziona e conoscere bene tutto l’aspetto probabilistico e statistico predittivo, se vogliamo degli algoritmi. Però proprio perché probabilistico significa che probabilmente può anche sbagliare nella dimensione delle probabilità. Quindi, non bisogna affidarsi ciecamente all’intelligenza artificiale delegandogli le parti redazionali e compiti vari, ma vigilando sempre cercando davvero un controllo umano che deve essere strategico, continuo ed efficace. La domanda da pormi è: quello che io mi aspetto dai miei studenti, devo aspettarmelo prima di tutto da me stesso?

Per fare tutto questo però devo essere competente…

È importante conoscerla e capire come funziona, anche per potere educare le nuove generazioni a quello che l’intelligenza artificiale mi può dare e anche per quello che posso chiedere davvero all’intelligenza artificiale. Scherzando, prima dicevo che in fondo è il nostro elfo domestico, cioè cerchiamo di affidargli dei compiti ma questi compiti vanno ben visti e guardati. È un elfo domestico da controllare, proprio perché a volte ha delle sue iniziative proprie private, su cui bisogna in qualche modo vigilare. Al di là di questi aspetti, è importantissimo poi distinguere fra l’intelligenza artificiale come contenuto sempre più urgente da dare nelle nostre scuole, ai nostri studenti, già dall’infanzia e chiaramente nei modi e nelle modalità più consone all’età: l’intelligenza artificiale come strumento chiaro che può permettere all’insegnante di realizzare risorse ad alta accessibilità, fortemente inclusive per i nostri studenti, quindi personalizzando sempre di più anche la didattica, in riferimento però a delle finalità pedagogiche ben specifiche. E chiaramente anche alla dimensione del docente con la classe, quindi dando agli studenti la possibilità di usare chatbot e anche degli strumenti adattivi che permettono di accompagnarli magari in alcuni processi di logica o di risoluzione di problemi o di comprensione di testi. È chiaro che tutto va calibrato graduato, tutto va consapevolmente gestito e questa è la parte più forte, nel senso che è importante che il docente da questo punto di vista sia formato, sia sui contenuti che sulle strategie metodologiche e pedagogiche che possono essere valorizzate da un uso intelligente di questi strumenti.

Si è parlato di personalizzazione, quindi diventa fondamentale anche introdurre dei cosiddetti prompt diversificati, a seconda del tipo di studente?

Dipende a che livello di conoscenza siamo: banalmente, potremmo partire da delle risorse didattiche calibrate; quindi, che in qualche modo io preparo e adatto l’utilizzo alle caratteristiche dei miei studenti oppure arrivare anche eventualmente a creare dei chatbot, che però siano funzionali a quello che il docente vuole fare. L’idea non è che il docente fa quello che chiede il chatbot, perchè il chatbot deve fare quello che chiede il docente: quindi, occorre avere comunque un controllo anche di questi aspetti. E probabilmente anche le case editrici presto arriveranno a realizzare, nelle loro espansioni digitali, delle sessioni di chatbot che lavoreranno sui loro contenuti: e questo è, credo, auspicabile e possibile sul breve periodo. Insomma, anche i docenti hanno già degli strumenti in mano, eventualmente, per costruire qualcosa di analogo e utilizzarlo proprio come strumento operativo di accompagnamento, non di sostituzione”.

Come si organizza una lezione di AI?

Si può fare lezione con tutta la classe: in gruppetto, in un’isola lavora con il chatbot, un altro gruppetto potrebbe lavorare in cooperative o in collaborative learning, e il docente magari potrebbe dedicarsi a un altro gruppetto e poi eventualmente, per esempio, girarli. Sono tutte modalità metodologiche che possono essere riscoperte o valorizzate, anche usando questo strumento.

Chiudiamo con un appello: cosa possiamo dire ai non pochi docenti ancora scettici e riluttanti all’utilizzo dell’intelligenza artificiale in ambito didattico pedagogico? Possiamo dire che siamo di fronte a una trasformazione epocale. Noi non possiamo ignorarla. Come scuola, quindi, diventa sempre prioritario, innanzitutto, educare le nuove generazioni. Ripeto: cosa è l’intelligenza artificiale, come si deve usare, in modo che non sia frainteso il livello di interlocuzione di alterità. Quello è un rischio fortissimo, anche di delega psicologica all’intelligenza artificiale, che chiaramente può venire a riempire dei vuoti come già ha fatto il digitale. E quindi uno degli aspetti che ho sottolineato è che uno dei migliori antidoti a un cattivo uso dell’intelligenza artificiale è mettere nella didattica più corpo, più voce, più oralità, cioè andare a introdurre noi come docenti, quella dimensione autentica, esperienziale che l’intelligenza artifi

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