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17.08.2026

Gli italiani vivono a lungo ma lavorano poco: 33 anni contro media Ue 37, iniziano tardi, strada in salita per donne e carriera. Più spazio ad istruzione tecnico-professionale e apprendistato

Gli italiani si contraddistinguono nell’Unione europea perché sono tra i cittadini che vivono a lungo, in media 85 anni le donne e 81 gli uomini, ma anche quelli che con una carriera lavorativa più precaria e tormentata. Secondo i dati Cna, lo scorso anno la durata attesa della vita lavorativa si è fermata a 33 anni, il secondo valore più basso dell’Unione europea dopo la Romania, ma soprattutto quattro anni e mezzo in meno rispetto alla media Ue, pari a 37,5 anni.

Rispetto all’anno precedente, il 2024, il miglioramento è stato minimo: appena poco più di due mesi, contro un aumento di tre mesi registrato nella media europea (l’Italia era a 32,8 anni, l’Ue 37,2).

Nei Pasi Bassi si lavora in media oltre 10 anni di più

Inoltre, la distanza dalle principali economie europee rimane molto ampia: la durata attesa della vita lavorativa raggiunge 40,2 anni in Germania, 37,5 in Francia, 36,8 in Spagna e nei Paesi Bassi arriva addirittura a 44 anni.

Il problema è che con il passare degli anni il ritardo di anni di lavoro rispetto all’Ue ha preso corpo: in Italia nel 2015 la durata attesa era di 30,7 anni, con un aumento di 2,3 anni in 10 anni; nello stesso periodo, tuttavia, la media dell’Ue è passata da 34,9 a 37,5 anni, e così il gap è salito da 4,2 a 4,5 anni.

Ancora poche le donne lavoratrici, la Scuola fa eccezione ma…

A stare peggio sono le donne: in Italia la durata attesa della loro vita lavorativa è di appena 28,4 anni, contro 35,4 nella media europea. Il divario tra uomini e donne raggiunge 8,9 anni, il più elevato nell’Unione.

E non c’è da meravigliarsi se il tasso di occupazione femminile nel nostro Paese rimane fermo al 58%, quasi tredici punti sotto la media Ue, e con il più ampio divario occupazionale di genere tra gli Stati membri.

Cna ha spiegato che il ritardo dell’indicatore italiano riflette soprattutto l’ingresso tardivo dei giovani, le carriere discontinue e la bassa partecipazione femminile, sottolineando che il quadro assume un peso ancora maggiore in un Paese nel quale l’età mediana ha raggiunto 49,1 anni, gli over 65 rappresentano quasi un quarto della popolazione e la spesa pensionistica è pari al 15,5% del Pil, la quota più elevata nell’Ue. Mentre tra i docenti, ad esempio, oltre l’80 per cento risultano donne.

Tranne la rappresentanza delle donne, la Scuola è uno dei settori che probabilmente rappresenta al meglio i limiti del lavoro in Italia: diversi anni di rapporti a tempo determinato, immissioni in ruolo tardive, difficoltà (quasi impossibilità) nel fare carriera ed età media degli occupati decisamente alta.

Cosa fare?

Sempre secondo la Cna, occorre quindi “sostenere la trasmissione delle imprese e delle competenze tra generazioni, valorizzando il ruolo delle micro e piccole imprese”.

La Confederazione degli artigiani, dal canto suo, sostiene che bisogna introdurre “politiche mirate per l’occupazione giovanile e femminile, il rafforzamento dell’istruzione tecnica e professionale, ma anche l’apprendistato, la conciliazione tra lavoro e famiglia, la formazione continua e l’invecchiamento attivo”.

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