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19.01.2026

I divieti? Spesso inutili, mentre ci si chiede: trovato il coltellino col metal detector, che accadrà al ragazzo?

Tutte le proibizioni hanno restituito quasi sempre l’effetto contrario, tranne casi come il divieto di fumo nei luoghi pubblici (dove a vigilare fra l’altro sono soprattutto i non fumatori) e qualche altro esempio, poi, chi è bene intenzionato, trova sempre l’uscita per aggirare l’ostacolo. 

Vedi il possesso delle armi. Le regole rigide sul porto d’ami valgono per chi è pacifico, al killer il divieto fa un baffo e così pure alla malavita che di armamentario si serve, compreso il tritolo per fare attentati. 

Ma anche lo spaccio della droga è proibito, eppure in talune stazioni ferroviarie di talune città, i pusher fermano i passati, tutti, per offrire le loro sostanze a prezzi stralciati. E nonostante le telecamere. 

E così sanzionare il porto del coltello ai ragazzi, con le conseguenti punizioni ai genitori, sembra poco utile, perché se un figlio prende il coltellaccio dalla cucina all’insaputa di tutti, non si capisce qualche colpa abbia la mamma.  Tranne che costruisce una rastrelliera col catenaccio, trasformando la cucina in armeria. 

I divieti vengono quando non si vuole dialogare, in mancanza di parola che circoscriva il fatto per conoscerlo, cosicchè è più facile proibire, precludere, bloccare magari con una sberla, che discutere; è più facile mandare una ispezione in una scuola, quando ha scopo intimidatorio, che comprendere le ragioni del dirigente che la pensa in modo difforme di chi ha potere. 

In somiglianza di quel docente che, non avendo argomenti da opporre alle ragioni del maturando, lo punì con un voto basso.  O in somiglianza di una certa ideologia che, siccome mal sopporta l’Islam, pretende che tutti operino secondo le sue visioni e se qualcuno non le accetta, ci si inventa una legge che vieti o una ammenda che punisca o il pubblico ludibrio.   

Il libero pensiero, improvvisamente, sembra essere incatenato e in nome di una ipotetica ragion di stato non viene giustificata nessuna tessitura concettuale difforme. 

Sulla stessa strada sembra essersi avviata la condizione in cui la nostra scuola da qualche anno si trova, mentre interessante è l’esempio che viene da quella preside del napolitano, che spiega al Corriere della Sera come ha introdotto il metal detector.

Un esempio che apre un varco verso prospettive di dialogo che dovrebbero essere condivise. E se il ministro dice che, per contenere gli ingressi dei coltelli, ormai status symbol di ogni ragazzino che vuole essere rispettato, in classe  bisogna installare metal detector, seppure mobili, qualcuno ha sollevato tante domande, fra cui: sarà come negli aeroporti, con queste specie di forche caudine attraverso le quali i ragazzi ogni giorno dovranno passare? E chi ci sarà dall’altra parte? Un docente incaricato, un bidello, il dirigente?  Oppure, come è nella ragione della legalità, un poliziotto, abilitato nella sua funzione di polizia? 

E ancora: quanto tempo ci vorrà prima che i ragazzi passino attraverso la porta elettronica per la verifica?

Inoltre: in caso di rinvenimento dell’arma, che succede? L’alunno verrebbe arrestato, ammonito, segnalato, schedato?

Dunque, una cosa è fare la proposta del metal detector, altra cosa è applicarla.

Infatti, la dirigente dell’istituto di Ponticelli, ha spiegato che la scelta del metal detector nel suo istituto è nata, in primo luogo dopo avere ascoltato alunni, genitori, insegnanti, compresa una ricognizione del territorio e poi col supporto del Prefetto, col quale prese “accordi per questi controlli. Non c’è un metal detector fisso a scuola, sarebbe impossibile, ma sappiamo che regolarmente dall’anno scorso a sorpresa possono arrivare le forze dell’ordine e controllare i ragazzi con il metal detector portatile”.

Ultima ratio quella dei controlli elettronici dei metalli, ma prima di arrivarci, sul pulpito ci stanno il confronto, il dialogo e il coinvolgimento di tutte le componenti del territorio e della scuola. E poi le soluzioni vengono, magari con fatica, ma vengono. 

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