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Aggiornato il 21.03.2026
alle 15:28

Violenza giovanile: l’Italia non è fra i Paesi più esposti. Aumentano però i casi segnalati ai servizi

Dis)armati. Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà è il titolo del recentissimo report realizzato dal Polo Ricerca di Save the Children con il sostegno della Fondazione Iris Ceramica Group ETS.

Dai dati emergono non solo episodi isolati o di devianza individuale, ma soprattutto un disagio più profondo che affonda le radici in fragilità emotive, solitudine e carenze educative e relazionali.

L’indagine, basata su dati e testimonianze di minorenni, giovani adulti, operatori sociali, magistrati ed esperti del settore, analizza il fenomeno in diverse realtà italiane, dalle grandi città come Roma, Milano, Napoli e Bari, fino a contesti più piccoli come Terni. Ciò che emerge è un cambiamento significativo non solo nell’intensità degli episodi violenti, ma anche nelle modalità con cui si manifestano e nella percezione che i giovani hanno della violenza stessa.

Contrariamente alla “narrazione” generale l’Italia resta tra i Paesi europei con il più basso numero di minori coinvolti nel sistema di giustizia, anche se i dati mostrano un’evoluzione preoccupante.
Negli ultimi vent’anni, i minorenni segnalati agli Uffici di servizio sociale sono diminuiti, passando da 23.000 nel 2004 a poco più di 14.000 nel 2024. Tuttavia, cresce il numero di giovani presi in carico, oggi quasi 24.000, soprattutto a causa della loro permanenza più lunga nel sistema penale minorile, anche in seguito alle recenti modifiche normative.

Parallelamente, aumentano alcuni reati violenti. Nel 2024 si registrano quasi 4.000 casi di rapina tra i 14 e i 17 anni, più del doppio rispetto a dieci anni prima. Le lesioni personali e le risse seguono lo stesso trend, segnalando un incremento della conflittualità tra adolescenti.

Un elemento particolarmente allarmante è la crescente diffusione delle armi tra i giovani. I casi di minorenni segnalati per porto abusivo di oggetti atti a offendere sono più che raddoppiati in pochi anni. Spesso si tratta di coltelli, portati non solo per difesa, ma anche come simbolo di appartenenza e status all’interno del gruppo.

Eppure, accanto a questa maggiore “armatura” esterna, emerge una fragilità interna sempre più evidente. Molti adolescenti si sentono insicuri, esposti a un mondo percepito come instabile e pericoloso, segnato da conflitti familiari e sociali. In questo contesto si inseriscono fenomeni come autolesionismo, tentativi di suicidio e dipendenze, che testimoniano una sofferenza diffusa e spesso silenziosa.

Secondo i ricercatori che hanno redatto il Rapporto affrontare la violenza giovanile, oggi più che mai, significa andare oltre la dimensione repressiva e investire in prevenzione, educazione e supporto psicologico. Solo così sarà possibile rispondere a un fenomeno che non è soltanto un problema di sicurezza, ma una questione sociale e culturale che riguarda il futuro delle nuove generazioni.

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