Home Estero Il 9 novembre 1989 la caduta del Muro di Berlino

Il 9 novembre 1989 la caduta del Muro di Berlino

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Domenica 9 novembre tra migliaia di turisti e di berlinesi, e fra ottomila ballons per una lunghezza di 15 km sulle tracce del Muro di Berlino, alla Porta di Brandeburgo Daniel Barenboim dirigerà l’Inno alla gioia di Beethoven. A conclusione i palloni saranno liberati in volo. Altro punto di incontro il famoso e famigerato Checkpoint Charlie, uno dei tre passaggi di frontiera controllati dagli americani, che divenne famoso già nell’anno della costruzione del muro, quando i carri armati sovietici e americani si fronteggiarono qui in un momento di alta tensione tra Occidente e Oriente.  

La rievocazione di quella giornata di 25 anni fa attraverso l’Ansa

Quando qualche giorno prima, il 18 ottobre, Erich Honecker, il capo di Stato e del partito comunista nella DDR, si era precipitosamente dimesso, lasciando il posto a Egon Krenz, il nuovo Presidente del Consiglio di Stato aveva annunciato una svolta, ‘Wende’, che in realtà non aveva affatto capito: disse infatti di essere entrato in carica “per mantenere la sovranità statale della Ddr”.

Diecimila tedeschi dell’est avevano però già lasciato il Paese, per fuggire in occidente attraverso l’Ungheria, o tentando la fortuna con metodi a dir poco avventurosi: c’è un piccolo prezioso ‘museo della fuga’ che li racconta a Berlino. E altre decine di migliaia protestavano ogni giorno nelle piazze della città della Repubblica democratica tedesca, per chiedere pace e libertà, con lo slogan “Wir sind das Volk!”, “Noi siamo il popolo!”. Un fiume umano fu artefice della oggi celebrata ‘rivoluzione pacifica’, che avrebbe portato, di lì a qualche giorno, a gridare “Wir sind ein Volk!”, “Noi siamo un popolo!”.

Nonostante si fosse smantellato il Politburo della Sed, nessuno in Germania aveva previsto l’epilogo. Che arrivò in una conferenza stampa in cui il regime, attraverso il ministro della Propaganda Guenter Schabowski, annunciò improvvisamente un’apertura: la libertà di viaggio verso l’ovest.

Un giornalista italiano, il corrispondente dell’epoca dell’ANSA, Riccardo Erhman, pose una domanda: da quando sarà in vigore la legge? “Da subito”, fu la risposta.

Le agenzie di stampa batterono queste parole, e il popolo inondò il confine: quel Muro lungo 155 km, eretto in una notte (fra il 12 e il 13 agosto del 1961, per mettere freno all’esodo verso l’ovest), fu cancellato dalla ‘faccia’ della città. Quel che seguì, la riunificazione tedesca, il 3 ottobre del 1990, fu il capolavoro politico del cancelliere Helmut Kohl. Fra qualche giorno, a scendere in piazza per una grande festa popolare, alla Porta di Brandeburgo, epicentro del terremoto che travolse il cordone di cemento che impediva di vedere il retro della quadriga a chi ce l’avesse di fronte, saranno i nuovi tedeschi. Primi della classe in Europa, ostinati e dogmatici sul ‘rigore’, vengono accusati di essere causa di un possibile disastro nel continente, ormai preda di populisti antieuro.

Ma questi tedeschi sono innanzitutto un popolo moderno, che ha fatto i conti con la sua storia. Il popolo geloso della crescita, e virtuoso alle urne, che non chiede di abbassare le tasse anche pensando ai debiti dei figli. Il popolo certamente orgoglioso delle sue auto, e leader dell’export, locomotiva dell’Ue, dopo aver inglobato un paese comunista riducendo in modo sorprendente le differenze fra ‘Ossi’ e ‘Wessi’.

E un popolo che non ha più paura di mostrare i colori della sua bandiera – fino a qualche anno fa tabù come ogni simbolo nazionale – e di festeggiarsi come Campione del Mondo.

Berlino, 3,5 milioni di abitanti, è oggi la città in cui un direttore d’orchestra argentino, Daniel Barenboim, è il vero padrone di casa della scena musicale: e sarà lui a dirigere il quarto movimento della Nona di Ludwig van Beethoven, mentre, con grandioso colpo d’occhio, verranno liberati 8000 ballons illuminati lungo la traiettoria del Muro.

È una città ormai quasi normale, seppur ancora straordinaria. Il fascino custodito dal suo ritardo, dovuto al travagliato dopoguerra, proprio quell’anomalia che la tagliava in due, separando le famiglie, ha costituito il richiamo di giovani e creativi da ogni dove. E tutto questo l’ha resa quel luogo avvincente che in modo naturale, almeno agli occhi di molti intellettuali che l’hanno scelta pur non essendo tedeschi, è divenuta la vera capitale d’Europa.

 

Ed esattamente tre giorni dopo, il 12 novembre 1989, di domenica, a Bologna, nel corso della celebrazione del 45esimo anniversario di una battaglia partigiana, la battaglia della Bolognina, Achille Occhetto, segretario del Pci, aprì il dibattito su un possibile cambio del nome del Partito comunista.

Occhetto, dopo al caduta del muro, pensò che quel dibattito era maturo per entrare negli organismi dirigenti del Pci, la storia correva forte e non ci si poteva lasciar travolgere. Sarebbe stato doloroso – pensò – ma non si poteva fare altrimenti. E pensò anche che i primi che dovessero saperlo erano loro, i già incanutiti partigiani bolognesi, che avevano combattuto, avevano sparato, avevano sognato un mondo migliore ed avevano provato a costruirlo. Sarebbero stati gli unici a non anteporre il sentimento alla realtà.