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Aggiornato il 07.04.2026
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Il NO al referendum sulla giustizia e la necessità di tornare alla scuola dei Costituenti

Il 24 marzo scorso, in un articolo su La Tecnica della Scuola – intitolato Ha vinto il NO, a larga maggioranza. Ma adesso cosa cambia per le politiche scolastiche? – con la consueta ragionevolezza Reginaldo Palermo si chiedeva quanto l’esito del voto referendario avrebbe influito sulle politiche scolastiche del governo. La sconfitta referendaria avrebbe portato la premier Giorgia Meloni e il ministro Giuseppe Valditara a rettificare il tiro e a guardare con maggior attenzione al mondo della scuola, a quel milione e duecentomila lavoratori il cui consenso non è poi da disprezzare? A questa domanda cominciamo a poter rispondere, qualche giorno dopo, in base ai fatti.

Iniziamo dal rinnovo contrattuale, siglato il primo di aprile – e non per scherzo. Lo stile del ministro e della premier è sempre lo stesso: quello di chi loda se stesso e il proprio operato. Dobbiamo riconoscere che Valditara, quando dice di aver chiuso tre contratti in tre anni, dice la verità; “Dall’insediamento del governo a oggi, abbiamo realizzato un risultato storico, sottoscrivendo tre contratti del comparto Scuola, che portano a incrementi retributivi mensili complessivi di 412 euro per i docenti e 304 euro per gli Ata”.

Però è certo che, nonostante l’impegno, questi contratti non abbiano ridotto in modo significativo la forbice  che c’è tra le retribuzioni dei lavoratori della scuola italiani e quelli di altri Paesi con cui ci possiamo confrontare. Secondo l’OCSE, mentre nel decennio 2015-2024 gli stipendi negli altri Paesi crescevano mediamente del 14,6%, in Italia decrescevano (in termini reali) del 4,4%. Aggiungiamo che, nella Pubblica Amministrazione, i lavoratori della scuola sono i meno pagati e che, nel confronto con gli altri Paesi euorpei, tutti i dipendenti pubblici sono mediamente pagati mille euro in meno rispetto ai colleghi europei. 

Non dobbiamo affannarci ad aggiungere altro: sappiamo bene che, negli ultimi trent’anni i lavoratori dipendenti italiani non visto incremento del proprio reddito, a fronte di un incremento non da poco del costo della vita. Quindi il recentissimo rinnovo contrattuale non modifica tale situazione, ammesso che i preoccupanti venti di guerra internazionali non contribuiscano ad una impennata dell’inflazione che cancellerà in un attimo i modesti aumenti. In conclusione, mi pare che la celerità nella firma del CCNL scuola testimoni anche di una certa preoccupazione da parte del governo, al fine di non esacerbare lavoratori-elettori che hanno pochi motivi per considerarsi soddisfatti.

Dal punto di vista economico ci sono da fare ancora due osservazioni. La prima riguarda la sospensione momentanea del bonus docenti per l’aggiornamento, riattivato ai primi di marzo di quest’anno. Che bisogno c’era di passare da 500 a 383 euro? Sono piccinerie che lasciano interdetti. Il secondo punto da considerare riguarda il mancato scatto stipendiale dell’anno 2013, che anche in questa tornata contrattuale è rimasto fuori.

Ma non tutti i docenti sono accomunati dalle basse retribuzioni. Non dimentichiamoci, e lo dico amaramente, che una quota di docenti, quella che riesce a mettere le mani sui non pochi fondi che arrivano alle scuole (FIS, progetti europei, PNRR etc.) si procura con tale lavoro extra, sulla cui qualità media si dovrebbe indagare, la quattordicesima e anche la quindicesima mensilità e, quel che è peggio, contribuisce quasi sempre a consolidare un pessimo modo di far scuola.

Come sono finiti i molti soldi del PNRR destinati alle scuole e che noi cittadini dovremo rimborsare in tutto o in parte? Ogni scuola ha avuto a disposizione centinaia di migliaia di euro, spesi in parte per la creazione dei discutibili “ambienti educativi”, in parte per la digitalizzazione delle scuole.

Proprio la “transizione digitale” è l’aspetto più debole e inquietante: dal ministero non arriva nessun segnale nuovo in questo senso. Valditara da un lato vieta l’uso dei cellulari a scuola, dall’altro non fa una piega di fronte alla valanga di investimenti in strumenti digitali voluta dalla scuola 4.0. Si tratta di una evidente contraddizione ma anche in questo caso di segnali nuovi non ce ne sono. E le critiche non partono da un pregiudiziale misoneismo, ma dalla logica. La scuola “4.0” ha sinora arricchito fornitori di servizi informatici, in particolare le multinazionali che producono dispositivi e software digitali. Tutto questo senza che ci sia un riscontro oggettivo rispetto alla necessità e validità di rafforzare l’uso di strumenti informatici nel processo di apprendimento e insegnamento. Anzi, al contrario,   da parti autorevoli si alzano da parecchi anni voci contro il rischio dell’abuso e anche dell’uso delle tecnologie informatiche nel processo educativo.

Riguardo all’atteggiamento da tenere nei confronti di studenti irrispettosi o violenti, il Ministro non ha mai avuto dubbi ed ha confermato la sua linea anche negli ultimi giorni. “Questo fatto dimostra che è necessario approvare rapidamente le nuove, severe norme predisposte dal governo per contrastare la criminalità giovanile e in particolare la diffusione di armi improprie fra i giovani”. Tali parole, dette in occasione dell’accoltellamento di cui è stata vittima una professoressa bergamasca,  ci confermano che nulla è (ancora) cambiato; e, peggio, che il passato non è in grado di farci riflettere.

Il governo Meloni esordì con il discusso “decreto Caivano”, che spostava sul piano penale problemi derivanti dalla marginalità sociale e dal contesto deprivato in cui molti minori resisi colpevoli di reati crescevano. Sino ad oggi, nonostante il decreto Caivano, non s’è visto alcun miglioramento, a meno che non si consideri positivo il fatto  che le presenze negli Istituti penali per minori siano cresciute del 35% rispetto al periodo che ha preceduto il decreto; consideriamo anche il fatto che i ragazzi, appena compiuti i 18 anni, vengono spostati nelle carceri per adulti e avremo il quadro completo.

Purtroppo il Ministro dell’istruzione è convinto che basti inasprire le pene per ridurre i comportamenti criminali nei confronti del personale della scuola. Si fermi a riflettere: le leggi che negli ultimi anni hanno inasprito le pene per chi aggredisce il personale sanitario non sono servite a niente: anzi, è aumentato il numero delle persone aggredite (nel 2024 erano circa 22mila tra personale medico, infermieristico, tecnico e sociosanitario, lo scorso anno sono state 23.367).  

Temo assai che la politica scolastica del governo Meloni non cambi affatto dopo la sconfitta referendaria. Cambiare in meglio la politica scolastica vuol dire cambiare il modello sociale in senso democratico: non mi pare che questo tema sia all’ordine del giorno nell’agenda di governo.  La crescente informatizzazione, il dibattito vano sull’uso dell’intelligenza artificiale nella didattica, l’ultima tra le riforme italiane, quella del “4+2” – che consolida l’impianto classista della nostra scuola e che racconta senza pudore la favola della scuola che crea disoccupazione a causa del mismatch con il mondo della produzione – ci portano a dire che ci siamo dimenticati, collettivamente, dell’importanza di costruire, a scuola, cultura e senso di tale cultura. Non è faccenda che vada personalizzata: per amore di giustizia non possiamo attribuire al ministro Valditara gli esiti di un processo di deterioramento della scuola di massa che è almeno trentennale.

Molti anni fa, durante i lavori della Costituente, il grande critico letterario Walter Binni invitava, citando un altro nostro intellettuale, Riccardo Mondolfo, “a  non considerare mai le giovani coscienze, quasi come colonie di sfruttamento; di rispettare profondamente in loro la possibilità appunto di questa libera formazione che si può trovare solo nella scuola di Stato”. Ancora Binni, ricordava l’importanza di garantire a tutti la possibilità di accedere a qualsiasi grado d’istruzione, poiché è questo che corrisponde “alle esigenze interne del mondo moderno … alle esigenze cioè di portare il maggior numero di persone al possesso dell’istruzione, della tecnica ed alla consapevolezza conseguente di questo possesso”.

Lo sforzo “di profondità e di vastità” di cui la scuola si dovrebbe far carico ci rimanda a quello che , secondo André Malraux “rappresenta il dramma e l’esigenza del mondo moderno: dare al numero maggiore possibile di persone il possesso di cognizioni, ma insieme dare ad esse la possibilità e la consapevolezza della loro destinazione umana”. Il compito centrale della scuola democratica, direi fondativo, di garantire un sempre maggior grado di civiltà ed umanità e che nel 1946 apparteneva a tanti intellettuali, politici e cittadini, ha ancora qualcosa a che fare con i nostri tempi?

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