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Il nostro sistema di reclutamento non può continuare a funzionare così

Vi scrivo per porre l’attenzione su una deriva sempre più evidente nel sistema di reclutamento della scuola italiana: la progressiva trasformazione dell’insegnamento da percorso di alta formazione e vocazione accademica a mero ammortizzatore sociale regolato dalla logica del punteggio ad ogni costo.

Incontrando colleghi o conoscenti nel mondo della scuola, la domanda sorge ormai spontanea e quasi sistematica: «Ma come mai non hai ancora fatto il TFA sostegno? Con quello lavoreresti subito». In questa semplice frase si condensa tutto il paradosso attuale.

Sia chiaro: la specializzazione sul sostegno è un percorso formativo fondamentale e chi lo intraprende con reale dedizione svolge un lavoro imprescindibile per la comunità scolastica. Il problema non risiede nel corso in sé, né in chi lo sceglie per passione pedagogica. Il nodo critico è il sistema ministeriale, che ha trasformato questo titolo in una “super-corsa” a punti per scalare le graduatorie.

Quando un titolo attribuisce un peso sproporzionato come i 36 punti aggiuntivi in GPS, si innesca un meccanismo di opportunismo speculativo. Ci si ritrova così di fronte a un’improvvisa “epidemia di vocazione” che spinge professionisti provenienti dai settori più disparati — dall’architettura all’economia, dalla giurisprudenza alla ristorazione — a virare verso il sostegno. Un ripiego strategico per carriere mai decollate o per cercare la stabilità del posto fisso rispetto alle incertezze del settore privato.

A fare le spese di questa logica sono tre categorie fondamentali:

1. La dignità dei percorsi abilitanti specifici (come LM-85 bis): Si tende a dimenticare il valore di percorsi universitari nati e progettati esclusivamente per l’insegnamento, come Scienze della Formazione Primaria. Anni di studio teorico, didattica speciale, psicologia dello sviluppo e centinaia di ore di tirocinio sul campo vengono concettualmente livellati o scavalcati da chi accede all’insegnamento tramite scorciatoie e accumuli di crediti last-minute.

2. I docenti con anni di formazione disciplinare: Chi ha investito anni di studi universitari e sacrifici per specializzarsi nella propria materia, si vede costantemente superato nelle graduatorie da chi accumula titoli aggiuntivi come se fossero bollini del supermercato.

3. Gli alunni con disabilità: Nascere con una disabilità è una condizione complessa che richiede massima empatia e competenze pedagogiche strutturate. Affidare studenti con Bisogni Educativi Speciali a personale che sceglie il sostegno prevalentemente per esigenze di stipendio o per “passare avanti” sulla materia svilisce il senso profondo dell’inclusione scolastica.

Se davvero il Ministero considera la specializzazione sul sostegno come il requisito prioritario e urgente per l’immissione in ruolo, la soluzione non può essere l’appiattimento indiscriminato. Perché non prevedere un percorso integrativo abbreviato e dedicato a chi possiede già una laurea abilitante come la LM-85 bis? Chi ha già svolto un quinquennio di pedagogia, didattica inclusiva e tirocinio sul campo possiede già le basi strutturali: riconoscere questi CFU con moduli di specializzazione snelli ed equi permetterebbe di dare risposta alla carenza di organico attingendo da chi ha scelto la scuola come prima vocazione, senza costringerlo a mercificare anni di studi già svolti.

È necessario che le istituzioni tornino a valorizzare la sensibilità pedagogica, la coerenza dei percorsi di studio e la continuità didattica. L’insegnamento non può ridursi a un mercato di crediti: è una responsabilità civile e culturale che merita rispetto.

Lettera firmata

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