Nessun concreto pericolo di ricostituzione del partito fascista e, in quel contesto, nessuna rilevanza penale dei saluti romani. È questa, in sintesi, la posizione della Procura di Milano che ha chiesto e ottenuto l’archiviazione per 18 militanti di estrema destra indagati per i fatti avvenuti durante il corteo del 29 aprile 2023 in ricordo di Sergio Ramelli.
La richiesta, firmata dal pm Alessandro Gobbis e accolta dalla gip Rossana Mongiardo, segna un cambio di orientamento rispetto alla linea seguita negli anni precedenti dalla Procura milanese nei procedimenti relativi alle commemorazioni di Ramelli.
La decisione potrebbe avere ripercussioni di non poco conto anche per le scuole. Innanzitutto, sul piano disciplinare, taluni comportamenti degli studenti potrebbero avere scarsa rilevanza tanto da non meritare neppure di essere presi in considerazione. E anche le lezioni di educazione civica dovrebbero essere calibrate in modo diverso.
Non sappiamo se “sdoganare” il saluto fascista possa servire davvero a far comprendere meglio i valori costituzionali, certo è che d’ora in avanti della decisione dei giudici milanesi si dovrà tenere conto nelle scuole.
I 18 indagati, appartenenti secondo l’accusa a realtà come Lealtà Azione, CasaPound e Movimento nazionale-La rete dei patrioti, erano stati identificati tra le circa mille persone presenti alla manifestazione. A loro venivano contestati, tra gli altri, i reati di manifestazione fascista e propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, in relazione ai saluti romani e al «presente» pronunciato durante la commemorazione.
Secondo il pm, però, nelle celebrazioni organizzate negli anni a Milano per ricordare Ramelli non sarebbero mai emersi «elementi tali da far ritenere» concretamente minacciato l’impianto democratico della Repubblica attraverso una possibile ricostituzione del partito fascista.
Al centro dell’istanza di archiviazione c’è anche la pronuncia della Cassazione a Sezioni unite del 2024, che aveva indicato ai giudici la necessità di valutare caso per caso l’esistenza di un concreto pericolo di riorganizzazione del partito fascista per poter configurare il reato previsto dalla legge Scelba del 1952.
Un principio che, secondo la Procura, nel caso delle commemorazioni di Ramelli non sarebbe soddisfatto.
Gobbis sottolinea infatti il carattere commemorativo della manifestazione, organizzata per ricordare il giovane militante del Fronte della Gioventù ucciso nel 1975 da un commando di Avanguardia operaia. Ramelli aveva 19 anni.
Nell’istanza viene sottolineato come non si trattasse della commemorazione di «un leader di partito o movimento», ma di «un giovane ragazzo appena iscritto al Fdg», ucciso in un contesto di durissimo conflitto politico.
Un elemento che, secondo il pm, assume un peso decisivo nella valutazione della rilevanza penale dei comportamenti contestati.
La Procura evidenzia inoltre che nel corso di queste manifestazioni non si sarebbero verificati comportamenti qualificabili come «sovversivi». Da qui la conclusione che il saluto romano, pur essendo un gesto storicamente associato al fascismo, debba essere valutato alla luce del contesto concreto nel quale viene compiuto.
Per Gobbis, in questo caso, il gesto non sarebbe espressione di un’ideologia di intolleranza o discriminazione, ma sarebbe piuttosto riconducibile all’intento di ricordare Ramelli e la sua vicenda politica.
Il pm richiama in particolare il fatto che il giovane fosse stato ucciso per la sua appartenenza politica, dopo aver espresso le proprie idee in un periodo particolarmente conflittuale della storia italiana.
La decisione della Procura si inserisce in un quadro giudiziario che negli ultimi anni è stato tutt’altro che uniforme.
A luglio la Corte d’Appello di Milano ha confermato l’assoluzione di 23 imputati accusati di manifestazione fascista per il corteo in memoria di Ramelli del 2019. Per la commemorazione dell’anno precedente, invece, in secondo grado erano state confermate 13 condanne a quattro mesi.
La stessa Cassazione, nel 2024, aveva cercato di fissare un criterio per superare le diverse interpretazioni emerse nei procedimenti: non sarebbe sufficiente la semplice ostentazione di simboli o gesti riconducibili al fascismo, ma occorrerebbe verificare l’esistenza di un concreto pericolo di riorganizzazione del disciolto partito fascista.
La nuova posizione della Procura milanese sembra muoversi proprio in questa direzione.
E il cambio di linea potrebbe avere conseguenze anche sui procedimenti relativi agli anni successivi. Per le manifestazioni del 2024 e seguenti, infatti, sono attese altre richieste di archiviazione.