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17.01.2026

Insegnamento dell’arabo? Una opportunità per gli alunni

Pasquale Almirante

Se vuoi vincere il male non ignorarlo, affrontalo: così il vecchio saggio greco ai propri allievi che chiedevano cosa fare per rintuzzare le pressioni dei barbari ai confini. 

E se vuoi capire cosa sta succedendo presso i popoli che si affacciano sul nostro stesso mare, il Mediterraneo, bisogna studiarli e in primo luogo a scuola. 

Ma questo la sapeva pure Federico II nel 1300 e anche Dante che non mise all’inferno i grandi pensatori arabi, come Averroè e Avicenna e lo stesso Saladino,  quelli che portarono conoscenza e sapere in Europa e grazie ai quali sappiamo qualcosa in più di Aristotele e Platone. 

E a tale scopo ricordiamo quanto scrisse Umberto Eco, secondo il quale , ma ormai è patrimonio universale, il Sommo poeta su questa materia avrebbe subito l’influenza del “Libro della Scala di Maometto“, un testo devozionale islamico sul viaggio nell’aldilà; e al quale nulla importava delle lotte contro i cosiddetti infedeli, ma solo quel sapere ricercava per fondere la cultura araba con la cristianità.

Ma Dante era Dante e il Medioevo non è il Terzo millennio.

In ogni caso, non è solo questo il motivo per cui i vicini di casa mediorientali vanno studiati. 

Ci sono anche con loro rapporti commerciali importanti, di export e di import, di prodotti agricoli e di macchinari, mentre parte importante del movimento del nostro turismo riguarda proprio quei siti storici e non ci riferiamo solo alle piramidi, ma ai resti che la civiltà di Roma antica ha lasciato da quelle parti.

Che dunque a scuola si studi l’arabo è intuizione felice e lungimirante dei vari Consigli di Istituto e dei loro dirigenti, e soprattutto fra le regioni che col Mediterraneo hanno un rapporto privilegiato e di scambio. 

Quello dello studio della lingua e civiltà araba nelle scuole siciliane, fra l’altro, è argomento antico, messo tante volte al dibattito proprio per queste finalità e ancora prima che iniziasse l’immigrazione.

Quando negli Istituti tecnici e professionali, le vecchie Ragionerie, per capirci, si intuì perfettamente il valore aggiunto di una scuola con l’arabo curriculare rispetto a un’altr furono tanti i presidi che si mossero per implementarlo. Il problema allora fu quello di trovare insegnanti abilitati, inesistenti, per cui si adottò lo stratagemma dei corsi extracurriculari.

Stesso discorso alcuni presidi fecero per il cinese che già premeva, coi suoi annunci, ai confini dell’Europa.

E non c’etra l’immigrazione, che è altra storia, triste, ma altra storia. C’entra l’intelligenza della cultura difronte alla barbarie, nel senso di estranei, di popoli al di là dei confini, come sosteneva quel filosofo greco coi suoi alunni. Conoscere per capire e interpretare. Anche per evitare descrizioni infelici che riportano all’idea del “Veglio della montagna” con la sua schiera di “assassini” in viaggio verso l’Italia     

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