Con Mario Rusconi (dirigente scolastico e direttore del Dipartimento di IA, Etica sociale, Formazione e Lavoro) parliamo della figura di Carlo Ginzburg, lo storico morto di recente le cui ricerche possono essere di grande interesse per chi si occupa di Intelligenza Artificiale
Professore, dopo la morte dello storico Carlo Ginzbrug lei è intervenuto per parlare di scuola e intelligenza artificiale.
Perché mai? Cosa ha a che Ginzburg con “macchine” e “competenze digitali”?
La questione è semplice: io ritengo che la scuola non possa limitarsi a insegnare ad usare strumenti e piattaforme, perché perderebbe la sua missione più importante. Non deve soltanto insegnare agli studenti a usare le macchine, ma anche a non farsi usare da esse. Per questo serve un’educazione al dubbio, alla verifica delle fonti e alla responsabilità del giudizio.
Ed ecco che “spuntano” la figura di Carlo Ginzburg e l’importanza del “metodo storico”
Esattamente: Ginzburg ci insegna che la conoscenza nasce dall’interpretazione delle tracce e degli indizi, non dall’accumulo passivo di informazioni. Il suo paradigma indiziario è estremamente attuale perché ci ricorda che la verità va cercata, verificata e argomentata. In un’epoca in cui le macchine generano contenuti convincenti, questa capacità diventa fondamentale.
Che cosa può insegnare alla scuola il metodo della microstoria di cui Ginzburg è stato un grande maestro?
La microstoria mostra che anche i dettagli apparentemente marginali possono rivelare realtà profonde. Ginzburg, studiando il mugnaio Menocchio, ha dimostrato come dalle tracce più piccole si possa ricostruire un intero universo culturale. Menocchio era un mugnaio friulano processato e giustiziato dall’Inquisizione per eresia. E lo storico ne aveva raccontato la vita quotidiana (non a caso il suo libro si intitola “Il formaggio e i vermi) mostrando come da pochi indizi si possono ricostruire grandi storie.
È una lezione preziosa per gli studenti: imparare a leggere criticamente i segni e non fermarsi alle apparenze.
Lei afferma che la plausibilità non coincide con la verità. Perché questa distinzione è così importante oggi?
Perché l’intelligenza artificiale può produrre testi perfettamente plausibili e ben scritti anche quando contengono errori o informazioni non verificate. La forma non garantisce la verità. La scuola deve insegnare a interrogare ogni contenuto, a chiedersi da dove provenga e quali prove lo sostengano.
Qual è il rischio principale nell’uso scolastico dell’intelligenza artificiale?
Il rischio è che venga percepita come una scorciatoia cognitiva. Se gli studenti si abituano a ricevere risposte senza attraversare il percorso della ricerca e della riflessione, il pensiero critico si indebolisce. La scuola non può diventare il luogo della delega del pensiero; deve restare il luogo in cui il pensiero viene esercitato.
Questo significa essere contrari all’uso dell’IA?
Assolutamente no. L’intelligenza artificiale rappresenta una grande opportunità. Può supportare la progettazione didattica, facilitare l’accesso alle informazioni e stimolare nuove domande. Il punto è inserirla in un progetto educativo consapevole, senza attribuirle un ruolo sostitutivo rispetto al giudizio umano.
Quali competenze dovrebbero essere rafforzate nella scuola del futuro?
La capacità di leggere criticamente, verificare le fonti, interpretare i dati, riconoscere le contraddizioni e formulare domande significative. Sono competenze che appartengono alla tradizione umanistica ma che oggi diventano essenziali per la cittadinanza digitale.
Lei parla di una “nuova alfabetizzazione civile”. In che cosa consiste?
Consiste nella capacità di orientarsi in un mondo saturo di informazioni e dati. Oggi tutto lascia tracce digitali, ma le tracce non parlano da sole. Occorre uno sguardo capace di interpretarle. Questa è una forma di alfabetizzazione che riguarda la democrazia e la partecipazione civile.
Quale dovrebbe essere il rapporto tra scuola e tecnologia?
Non di rifiuto né di entusiasmo acritico. La scuola deve conoscere la tecnologia, utilizzarla e comprenderla, ma senza rinunciare alla propria funzione educativa. Quanto più le tecnologie diventano potenti, tanto più è necessario rafforzare la formazione del giudizio umano.
Se dovesse sintetizzare in una frase il compito della scuola nell’epoca dell’IA, quale sceglierebbe?
Direi che la scuola deve tornare a insegnare l’arte difficile del giudizio. Deve educare studenti capaci di chiedersi: “Da dove viene questa informazione? Quali prove la sostengono? Posso verificarla?”. In fondo, una delle espressioni più alte dell’educazione civile resta ancora oggi: “Devo verificare”.
Qual è il messaggio finale che Carlo Ginzburg consegna alla scuola contemporanea?
Che non esiste conoscenza senza indagine, non esiste verità senza prova e non esiste libertà senza interpretazione responsabile. È una lezione che oggi, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, appare più necessaria che mai.