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Prima ora - le notizie del 7 settembre

La fabbrica dell’obbedienza: la deriva verso il modello americano e la demolizione programmata del pensiero critico

Tra i corridoi e le sale docenti si respira da tempo una sensazione che va ben oltre la consueta rassegnazione per i disservizi del Ministero. C’è la percezione netta, tangibile per chi la scuola la vive ogni giorno in prima linea, di essere testimoni di un disegno strutturale: la transizione silenziosa verso il modello privatistico di stampo anglosassone e americano. Un sistema in cui l’istruzione statale viene progressivamente definanziata e declassata a mero contenitore sociale, un parcheggio d’emergenza o un ammortizzatore per le fasce meno abbienti dove l’unico orizzonte concesso a chi vi lavora è il miraggio di «sistemarsi».

In questo paradigma, l’istruzione rigorosa, critica e di alto profilo viene espulsa dalla sfera pubblica per diventare un privilegio per pochi, accessibile solo a chi può sostenere le rette proibitive degli istituti privati. Viene così capovolta e tradita l’architettura dei nostri Padri Costituenti, che negli articoli 3 e 34 avevano consacrato la scuola pubblica a vanto della Repubblica: un organo costituzionale universale, autentico ascensore sociale destinato a rimuovere gli ostacoli economici e permettere ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, di raggiungere i più alti gradi della conoscenza e della cittadinanza democratica.

Per comprendere la natura profonda di questa operazione non bastano le categorie economiche o sindacali: occorre interrogare la filosofia. Nel 1956, nella sua opera fondamentale L’uomo è antiquato, Günther Anders analizzava con straordinaria lucidità il cosiddetto «dislivello prometeico»: quella sproporzione crescente tra la capacità tecnica dell’essere umano di produrre apparati burocratici ed economici giganteschi e l’incapacità della sua coscienza di comprenderne e padroneggiarne le conseguenze. Anders spiegava che il potere moderno, per garantirsi una sottomissione totale e duratura, non ha più alcun bisogno della violenza palese o del terrore poliziesco dei vecchi regimi totalitari: la coercizione fisica suscita ribellione, mentre il vero capolavoro del dominio consiste nel disattivare in anticipo la facoltà stessa di ribellarsi, rendendo l’uomo antiquato rispetto alla complessità del reale.

Come si realizza questo condizionamento preventivo? Anders indicava due passaggi scientifici. Il primo consiste nell’impoverimento programmato dell’istruzione e del linguaggio. Se si privano le nuove generazioni degli strumenti speculativi, della memoria storica e del pensiero umanistico, riducendo la formazione scolastica a un mero addestramento per compiti esecutivi, il pensiero critico si atrofizza all’origine. Un individuo a cui vengono sottratte le parole complesse non possiede più i concetti necessari per contestare l’ordine costituito: l’idea stessa di alternativa diventa letteralmente impensabile. Il secondo passaggio risiede nel confinare gli individui entro «preoccupazioni mediocri», assorbendone l’intera energia psichica nell’ansia immediata della sussistenza materiale. Quando un essere umano vive nel timore perenne dell’esclusione sociale e del bisogno economico, la sua mente viene saturata dall’urgenza quotidiana, togliendogli il tempo e la forza interiore per interrogarsi sul senso, sulla giustizia e sul potere.

Se osserviamo la scuola italiana di oggi, la profezia di Anders smette di essere un’ipotesi teorica e si rivela come una spietata cronaca presente. L’istituzione scolastica è stata progressivamente colonizzata da un linguaggio aziendale ed esecutivo (crediti, debiti, competenze minime, griglie standardizzate) volto ad addestrare esecutori docili. Ma soprattutto, per addomesticare l’istruzione, il sistema ha applicato alla lettera il secondo precetto di Anders: disarmare, precarizzare e ricattare coloro che sono chiamati a educare. Un corpo docente colto, sereno, autorevole e libero dall’indigenza è un formidabile contropotere sociale, capace di insegnare la libertà. Al contrario, un insegnante condannato alla precarietà perenne diventa il perfetto ingranaggio per trasmettere conformismo e obbedienza.

È questa l’esatta funzione della gigantesca gabbia del precariato, che tocca oggi la cifra record di oltre 275.000 cattedre a termine. Un quarto del corpo docente della Repubblica viene reclutato ogni anno a scadenza. Un lavoratore che ogni estate torna disoccupato è un lavoratore strutturalmente ricattabile, costretto a investire tempo, salute e stipendi nell’accumulo compulsivo di titoli telematici anziché potersi dedicare allo studio, alla ricerca e alla libera funzione d’insegnamento. Uno Stato che persegue così un duplice, cinico obiettivo: da un lato risparmiare sulla spesa pubblica, eludendo il pagamento delle mensilità estive con contratti falcidiati al 30 giugno e azzerando gli scatti d’anzianità; dall’altro foraggiare il florido mercato privato degli enti accreditati e delle università telematiche, dove i docenti sono costretti a spendere stipendi interi solo per non retrocedere nelle graduatorie.

In questo quadro si inserisce il capovolgimento grottesco del valore dello studio. Nel labirinto delle tabelle ministeriali, una seconda o una terza laurea magistrale — percorsi accademici da centinaia di crediti, costati anni di fatiche e sacrifici intellettuali — viene umiliata con l’assegnazione di appena tre miseri punti. Contemporaneamente, il mercato della formazione a pagamento consente a chi dispone di liquidità di accumulare punteggi spropositati: ben sei punti per una certificazione linguistica C2, a cui si aggiungono i tre punti di un corso CLIL, permettendo di incassare nove punti — il triplo di un intero corso di laurea quinquennale — con pacchetti commerciali a risposta multipla. Il valore della conoscenza scompare, soppiantato dalla pura capacità di spesa del candidato.

La svalorizzazione raggiunge vette paradossali sul terreno più fragile, quello dell’inclusione, dove si sta consumando una spaccatura insanabile e un’ipocrisia feroce. Si predica formalmente la centralità dello studente con disabilità, ma nei fatti si condannano centinaia di migliaia di alunni a cambiare insegnante ogni singolo anno scolastico, distruggendo qualsiasi principio di continuità educativa e di alleanza terapeutica.

E come ha risposto il Ministero a questo scempio? Non con le assunzioni a tempo indeterminato, ma introducendo il meccanismo distorsivo della continuità affidata alla richiesta delle famiglie. Si instaura così una vera e propria logica privatistica e para-clientelare che mina alle fondamenta il principio del pubblico concorso e del merito: attraverso la conferma preventiva (il cosiddetto “bollettino zero”), questi posti vengono sottratti a monte alle nomine ordinarie, scavalcando e sovvertendo l’ordine naturale delle Graduatorie Provinciali. Colleghi con punteggi inferiori passano d’ufficio avanti a docenti anch’essi precari, ma con decenni di titoli e di servizio alle spalle, mentre l’insegnante, costretto dalla morsa del bisogno economico ad aggrapparsi a qualsiasi spiraglio per lavorare, viene spogliato della propria autonomia pedagogica. È ridotto a una figura ricattabile che deve compiacere la committenza familiare pur di garantirsi la riconferma per l’anno successivo, rimanendo comunque precario e senza tutele.

La vera continuità didattica non si costruisce trasformando l’insegnamento statale in una chiamata diretta mascherata, ma unicamente con la stabilizzazione definitiva della cattedra e la trasformazione dei posti in deroga in organico di diritto.

A questo si aggiunge la truffa della formazione parallela. Da un lato c’è la via maestra del TFA ordinario universitario: un percorso durissimo, a numero chiuso, con tre selezioni concorsuali a pagamento solo per accedervi, ventuno esami, laboratori a frequenza obbligatoria, mesi di tirocinio diretto in classe a contatto vivo con gli alunni e tesi finale in otto mesi di logoramento accademico ed economico. Dall’altro lato, anziché stabilizzare chi lavora da anni sul campo o chi ha superato la durissima selezione universitaria del TFA, il Ministero ha introdotto una corsia parallela affidata all’INDIRE per “tamponare” numericamente la falla senza spendere per le immissioni in ruolo. Percorsi che potrebbero persino avere un loro senso come interventi straordinari, a patto però di prevedere una netta differenziazione e attribuire loro un punteggio proporzionato e di gran lunga inferiore. Lo scandalo intollerabile risiede invece nell’equiparazione d’autorità: corsi svolti a metà tempo, a metà prezzo, senza alcuna selezione in ingresso, seguiti comodamente online senza un’ora di tirocinio vivo a contatto con gli alunni, a cui viene regalata la medesima abilitazione e lo stesso identico punteggio nelle Graduatorie Provinciali per le Supplenze (GPS). È una vergogna istituzionale: un percorso non accademico, privo di valore legale all’estero e non spendibile fuori dai confini nazionali, viene equiparato d’ufficio alla specializzazione universitaria piena, svendendo la qualità della formazione proprio dove i ragazzi con disabilità avrebbero diritto a figure con un bagaglio pedagogico e umano ineccepibile.

A suggellare questa discesa verso l’obbedienza di massa ci sono i concorsi a crocette, una lotteria nozionistica che premia l’addestramento mnemonico ed esclude ogni valutazione della tenuta emotiva e didattica. Il meccanismo si arricchisce di riserve distorsive come quel 15% assegnato al Servizio Civile Universale, che calpesta platealmente le pari opportunità introducendo una discriminazione odiosa: penalizza le docenti donne — a cui all’epoca era precluso il servizio di leva e per le quali il servizio civile non esisteva ancora — e colpisce indistintamente tutti i colleghi, donne e uomini di generazioni più mature, esclusi per rigidi sbarramenti anagrafici. L’esperienza viva maturata in decenni di servizio d’aula viene trattata come una colpa, mentre l’anagrafe giovane e una riserva d’ufficio fungono da scorciatoia per scavalcare chi la scuola statale la sostiene da anni.

I precari storici vengono così dipinti da una narrazione tossica quasi come disadattati, colpevoli soltanto di non essere automi da quiz a tempo, mentre vedono sfilare avanti chi sfrutta gli automatismi dell’algoritmo o i saldi dei percorsi agevolati.

Quando una società smantella la scuola della Costituzione e mortifica i propri maestri per inseguire logiche privatistiche e mercantili, sta realizzando punto per punto la diagnosi di Günther Anders: produrre una massa di automi acquiescenti, incapaci perfino di riconoscere le catene che indossano. Reclamare il ripristino immediato del Doppio Canale di reclutamento per titoli e servizio reale e sottrarre l’istruzione alla logica del profitto non è una contesa di categoria: è l’ultimo presidio di difesa dell’articolo 3 della Costituzione e della dignità del pensiero libero nel nostro Paese.

Maria Pandolfo

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